Concorso di colpa per Incidente Stradale

La corresponsabilità per un sinistro stradale non è la regola. Spetta al giudice motivare e stabilire chi è stato il conducente esclusivamente responsabile. Può esserci corresponsabilità anche di fronte ad una mancata precedenza.

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Siete stati vittima di un incidente stradale. Siete scesi dalla vostra vettura e avete verificato di aver subito dei danni. Purtroppo il successivo scambio delle generalità, con il conducente dell’altro veicolo, non ha portato ad alcuna constatazione amichevole: in sostanza non c’è stato alcun accordo sulla responsabilità del sinistro e siete entrambi convinti di aver ragione, almeno parzialmente. Ed allora, in un caso come quello descritto c’è un concorso di colpa? In particolare, nell’ipotesi di concorso di colpa per un incidente stradale, il risarcimento viene ridotto? È possibile vincere la presunzione di concorso di colpa per un incidente stradale? Cerchiamo in quest’articolo di rispondere alle predette domande.

Concorso di colpa: il significato

Nell’ipotesi di un incidente stradale si parla di concorso di colpa perché, sostanzialmente, è la legge a prevederlo. Quest’ultima [1], infatti, esplicitamente afferma che …nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli… Pertanto, la disposizione normativa appena richiamata stabilisce che, in un sinistro tra due veicoli è possibile, per non dire probabile, che entrambi i conducenti abbiano in qualche modo contribuito alla provocazione dello stesso. Ragion per cui, se effettivamente emerge un concorso di colpa per un incidente stradale, il risarcimento dei danni subiti, sarà inevitabilmente ridotto in proporzione al grado di responsabilità nel sinistro determinato. Detto ciò, la regola di principio anzidetta, vale a prescindere da qualsivoglia altra considerazione? Per la precisione, il concorso di colpa è il punto di inizio da cui deve partire il giudice per stabilire la responsabilità ed il conseguente ammontare del risarcimento oppure deve essere un principio di natura secondaria?

Concorso di colpa: la Cassazione

Abbiamo visto che il concorso di colpa per un incidente stradale è previsto dalla legge, ma, come sempre avviene, le leggi vanno interpretate ed applicate. Pertanto, anche in questo caso, la Suprema Corte di Cassazione ha dato il suo importante contributo, specificando il valore del principio del concorso di colpa e precisando come, rispetto allo stesso, il giudice investito della causa debba procedere nella valutazione delle prove raccolte. Ebbene, gli Ermellini, con una recente ordinanza [2] ed a conferma di quanto già espresso in passato, hanno affermato che la regola del concorso di colpa deve avere un valore sussidiario: essa, cioè, va applicata soltanto qualora sia impossibile accertare il grado di colpa di ciascuno dei conducenti coinvolti nell’incidente. Il giudice della causa, pertanto, deve valutare le prove raccolte (ad esempio, le testimonianze) e, solo dopo un’attenta disamina delle stesse, potrà concludere che non è stato possibile stabilire l’esclusiva responsabilità a carico di uno dei conducenti, motivando adeguatamente la propria conclusione.

Concorso di colpa per mancata precedenza

Se è accaduto un incidente tra due veicoli e, uno degli stessi, non ha concesso la dovuta precedenza, sembrerebbe automatico escludere il concorso di colpa. In questo caso, infatti, apparirebbe evidente la violazione a carico del conducente incriminato e l’imprudenza commessa: ma è sempre e comunque così? Sembrerebbe proprio di no. La stessa Cassazione poc’anzi citata ha infatti chiarito che è necessario valutare il comportamento di entrambi i conducenti, compreso quello che aveva la precedenza: non è detto, infatti, che quest’ultimo non abbia a sua volta violato le norme sulla circolazione stradale. Pertanto, anche di fronte alla mancata precedenza, dalle prove raccolte (testimonianze in primo luogo) potrebbe emergere un’imprudenza ed una parziale corresponsabilità anche dell’altro conducente. In questo caso emergerebbe, quindi, una colpa concorrente tra i soggetti coinvolti nell’incidente, con inevitabile e proporzionale ripercussione sull’ammontare del risarcimento (ad esempio, nel caso affrontato dalla Cassazione anzi detta, è stato ravvisato dal giudice di primo grado, un concorso di colpa della parte non principalmente responsabile, nella misura del 10%).

Articolo tratto da Laleggepertutti.it

 

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Marciapiede sconnesso: chi paga?

Caduta sulla strada: la disattenzione impedisce la richiesta di risarcimento del danno al Comune.

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Sei caduto/a su un marciapiede sconnesso: mancavano due mattonelle e così, involontariamente, hai messo il piede in fallo procurandoti una serie di lesioni alle gambe, al gomito e alla spalla. Nulla di grave per fortuna, ma sei comunque finito/a al pronto soccorso. Al di là della paura e del rischio che hai corso di farti seriamente male, ora devi stare qualche giorno a riposo. Chi ti risarcirà per tutto questo? Pensarci due volte ti sembra fin troppo inutile e la risposta che subito ti dai è: il Comune. È l’ente locale infatti il soggetto responsabile per la manutenzione delle strade e su cui ricadono tutte le conseguenze per le cadute dei pedoni. Ma è davvero così? Se hai letto le ultime sentenze della Cassazione [1] dovresti sapere che ti stai sbagliando. Vediamo allora, proprio sulla base di questi precedenti della giurisprudenza, chi paga per il marciapiede sconnesso.

Ci sono due ragioni per desistere, o comunque per valutare con molta prudenza l’avvio di una causa per risarcimento del danno in caso di caduta sul marciapiede dissestato. La prima è l’iter giudiziario, la lunghezza e i costi del processo che bisogna sostenere, ma soprattutto l’incertezza del recupero del credito. Difatti, anche dopo un’eventuale sentenza di condanna nei confronti dell’amministrazione responsabile, non è detto che il Comune abbia i soldi per pagare; così spesso le richieste di indennizzo di chi riporta dei danni a causa della cattiva manutenzione delle strade giacciono negli scaffali. Si dovrebbe allora ricorrere a un ulteriore procedimento amministrativo – diverso dal pignoramento – volto a obbligare la PA ad adempiere; si chiama giudizio di ottemperanza ed è volto a ottenere l’esecuzione forzata della sentenza. Chiaramente, i costi legali si duplicano.

La seconda ragione per meditare con attenzione l’avvio di un processo contro il marciapiede sconnesso è la possibilità di perdere la causa, ipotesi tutt’altro che remota quando il pedone avrebbe dovuto rendersi conto delle precarie condizioni del tratto di strada su cui stava camminando. Ci sono diverse ipotesi in cui non è possibile chiedere il risarcimento, tutte riconducibili a un’unica motivazione (che è anche una massima di esperienza comune): chi è causa del suo mal pianga se stesso. Il che significa che non spetta il risarcimento quando:

si cammina velocemente o distratti (ad esempio con gli occhi puntati sul cellulare) senza prestare la dovuta attenzione alla strada;
la buca o la pericolosità del marciapiede è evidente, tanto da mettere in guardia una persona dotata di media diligenza. Si pensi al caso di chi si incammina su una strada dissestata o si trova dinanzi a una buca molto ampia o a una asperità visibile come l’assenza di mattonelle. In tal caso chi cade non ha diritto al risarcimento;
il tratto di strada è noto al danneggiato per averlo già percorso diverse volte: la conoscenza dell’insidia impedisce la possibilità di chiedere indennizzi per la caduta. Si pensi al caso di una persona che, tutti i giorni, percorre la medesima scalinata per recarsi al lavoro.
Questi sono solo tre dei più frequenti casi in cui la Cassazione e i tribunali hanno escluso il risarcimento per chi è vittima di una insidia stradale, come quella del marciapiede sconnesso.

Quindi, secondo la Cassazione, il comportamento incauto della vittima, che avrebbe dovuto rendersi conto delle precarie condizioni del tratto di marciapiede su cui stava camminando implicano l’impossibilità di muovere qualsiasi contestazione al Comune.

La questione che ha dato origine alla sentenza in commento parte da una disavventura capitata a una donna per via di un marciapiede comunale con «alcune disconnessioni della pavimentazione» e dalla mancanza di «due mattonelle». Consequenziale è stata la citazione in giudizio del Comune, col chiaro obiettivo di ottenere un adeguato risarcimento. A convincere i giudici dell’assenza di qualsiasi diritto al risarcimento del danno è stata, nel caso di specie, la valutazione del comportamento tenuto dalla vittima, che, secondo la Cassazione, avrebbe potuto rendersi conto facilmente del «pericolo» costituito dalle condizioni precarie del marciapiede. In sostanza, «la condotta incauta» della donna è sufficiente per escludere ogni responsabilità del Comune.

Con una precedente ordinanza però la Cassazione ha detto [2] che, qualora un passante si procuri delle lesioni a seguito di una caduta su una grata per l’aerazione di un edificio (su cui insiste uno sportellino sporgente pericoloso), posizionata su un marciapiede di proprietà privata, ma soggetto ad uso pubblico, a rispondere del danno è l’amministrazione comunale, non in quanto custode del bene, ma in quanto tenuta a determinate “regole di condotta”.

La “Regola di condotta” è non soltanto la norma giuridica, ma anche qualsiasi doverosa cautela concretamente esigibile dal danneggiante. Stabilire se quest’ultimo abbia o meno violato norme giuridiche o di comune prudenza è accertamento che va effettuato comparando la condotta concretamente tenuta dal responsabile con quella che un soggetto delle medesime qualità e condizioni avrebbe tenuto, nelle stesse circostanze di tempo e luogo.

In tema di manutenzione delle strade, il Comune ha l’obbligo di:

segnalare ai proprietari di essi le situazioni di pericolo suscettibili di recare pregiudizio agli utenti della strada;
adottare i presidi necessari ad eliminare i fattori di rischio conosciuti o conoscibili con un attento e doveroso monitoraggio del territorio;
e, in caso di mancata rimozione degli elementi di pericolo da parte dei proprietari della strada, quello di chiudere la strada al traffico.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 30 ottobre 2017 – 8 maggio 2018, n. 10938

Presidente Amendola – Relatore D’Arrigo

Ritenuto

Mi. De Mi. ha convenuto in giudizio il Comune di Anzio deducendo di essere caduta per terra mentre percorreva un tratto di marciapiede comunale a causa di alcune disconnessioni della pavimentazione e chiedendo il ristoro del danno subito.

Nel contradditorio delle parti, il Tribunale di Velletri, sezione distaccata di Anzio, ha rigettato la domanda, compensando le spese di lite. La De Mi. ha quindi adito la Corte d’appello di Roma che, con la sentenza indicata in epigrafe, ha rigettato l’impugnazione condannando l’appellante alle spese del grado.

Tale decisione è stata fatta oggetto di ricorso per cassazione da parte della De Michele per due motivi. Il Comune di Anzio ha resistito con controricorso.

Il consigliere relatore, ritenuta la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 380-bis cod. proc. civ. (come modificato dal comma 1, lett. e), dell’art. 1-bis d.l. 31 agosto 2016, n. 168, conv. con modif. dalla I. 25 ottobre 2016, n. 197), ha formulato proposta di trattazione del ricorso in camera di consiglio non partecipata.

Entrambe le parti hanno depositato successive memorie difensive.

Considerato

In considerazione dei motivi dedotti e delle ragioni della decisione, la motivazione del presente provvedimento può essere redatta in forma semplificata

Con il motivo primo (violazione e falsa applicazione degli artt. 2051 e 2697 cod. civ.) la ricorrente sostiene che la Corte d’appello avrebbe erroneamente escluso la pericolosità intrinseca dell’avvallamento della pavimentazione (nella quale sembra fossero mancanti due mattonelle) e quindi i presupposti per l’applicazione della presunzione di responsabilità di cui all’art. 2051 cod. civ. La censura è manifestamente infondata in quanto non coglie la ratio dedicendi della sentenza impugnata, che non esclude affatto l’applicabilità al caso di specie dell’art. 2051 cod. civ., ma ritiene che la presunzione di responsabilità non opera quando la pericolosità della cosa in custodia è chiaramente individuabile con l’ordinaria diligenza.

Nel merito, la corte d’appello ha individuato nella disattenzione della De Mi. una causa efficiente prossima e sufficiente ad elidere il rapporto di causalità con l’avvallamento della pavimentazione del marciapiede. Tale decisione si sottrae a censure di legittimità. Questa Corte ha già chiarito che, ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., allorché venga accertato, anche in relazione alla mancanza di intrinseca pericolosità della cosa oggetto di custodia, che la situazione di possibile pericolo, comunque ingeneratasi, sarebbe stata superabile mediante l’adozione di un comportamento ordinariamente cauto da parte dello stesso danneggiato, deve escludersi che il danno sia stato cagionato dalla cosa, ridotta al rango di mera occasione dell’evento, e ritenersi, per contro, integrato il caso fortuito (Sez. 3, Sentenza n. 12895 del 22/06/2016, Rv. 640508; fattispecie in cui è stata rigettata la domanda di risarcimento dei danni conseguenti ad una caduta, ritenuta causalmente attribuibile alla disattenzione dello stesso danneggiato).

Infatti, in tema di responsabilità ex art. 2051 cod. civ., il caso fortuito – inteso come fattore che, in base ai principi della regolarità o adeguatezza causale, esclude il nesso eziologico tra cosa e danno – è comprensivo della condotta incauta della vittima, che assume rilievo ai fini del concorso di responsabilità ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c., e deve essere graduata sulla base di un accertamento in ordine alla sua effettiva incidenza causale sull’evento dannoso, che può anche essere esclusiva (Sez. 6-3, Ordinanza n. 30775 del 22/12/2017; fattispecie in cui è stato escluso che la vittima fosse caduta per un difetto di custodia del marciapiede comunale e fosse, invece, imputabile una sua disattenzione).

Il resto delle contestazioni svolte nell’ambito del primo motivo attengono alla ricostruzione della dinamica del sinistro in punto di fatto e sono inammissibili in questa sede

Con il secondo motivo, a prescindere dall’intestazione, in sostanza si contesta nel merito la valutazione delle risultanze istruttorie. Si tratta di una censura, volta a sollecitare una riformulazione del giudizio di fatto, inammissibile in sede di legittimità.

In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico del ricorrente, ai sensi dell’art. 385, comma primo, cod. proc. civ., nella misura indicata nel dispositivo.

Ricorrono altresì i presupposti per l’applicazione dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, sicché va disposto il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione da lui proposta, senza spazio per valutazioni discrezionali (Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550).

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del D.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17 della I. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma I-bis, dello stesso art. 13.

CASSAZIONE ORDINANZA. n. 6141/2018.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI AMATO Sergio – Presidente

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 28021/2015 R.G. proposto da:

(OMISSIS), rappresentata e difesa dall’Avv. (OMISSIS), con

domicilio eletto in (OMISSIS), presso lo studio dell’Avv.

(OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) S.r.l., rappresentata e difesa dall’Avv. (OMISSIS), con

domicilio eletto in (OMISSIS), presso lo studio legale associato

(OMISSIS);

– controricorrente –

e contro

Comune di Otranto;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Lecce, n. 609/15

depositata l’8 settembre 2015;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 18

gennaio 2018 dal Consigliere Dott. Emilio Iannello.

RILEVATO IN FATTO

1. (OMISSIS) ricorre, con quattro mezzi, nei confronti della

(OMISSIS) S.r.l. (che resiste con controricorso) e del Comune di

Otranto (che non svolge difese nella presente sede) avverso la

sentenza in epigrafe con cui la Corte d’appello di Lecce ne ha

rigettato l’appello, confermando la sentenza di primo grado che

aveva respinto la domanda di condanna delle controparti al

risarcimento dei danni sofferti in conseguenza delle lesioni

personali patite a causa d’una caduta, avvenuta mentre camminava

lungo la via (OMISSIS) sul marciapiede presente ai margini della

strada, a causa di una grata metallica ivi presente, che si apriva

improvvisamente all’atto del suo passaggio.

La Corte territoriale ha escluso la configurabilita’ sia di una

responsabilita’ ex articolo 2051 c.c., trattandosi di marciapiede

di proprieta’ privata, benche’ soggetto ad uso pubblico, sia la

responsabilita’ per colpa ex articolo 2043 c.c., non risultando

che fosse stato segnalato agli uffici comunali il carattere

insidioso, per i pedoni, dello sportellino esistente sulla grata

metallica collocata sul marciapiede di proprieta’ privata, ne’

potendo desumersi l’insidia da un mero esame visivo dello stato

dei luoghi.

Ha ritenuto inoltre adeguatamente provata la natura privata del

tratto di marciapiede in questione, in base agli elementi emersi

dalla relazione del tecnico comunale, geom. (OMISSIS) (in cui si

precisa che le griglie sulle quali l’attrice e’ caduta “sono state

autorizzate, unitamente al complesso residenziale, con concessione

edilizia n. 34 del 29/6/2000 rilasciata alla soc. (OMISSIS)

S.r.l.” e che “sono poste sulla parte di marciapiede ricadente sul

suolo della societa’ sopra citata e sul quale e’ stato realizzato

l’ampliamento del marciapiede medesimo”) e dalle indicazioni dallo

stesso tecnico offerte in sede di esame testimoniale, che tra

l’altro avevano evidenziato come la griglia fosse a servizio di

sottostante struttura (cabina elettrica interna al complesso

edilizio costruito da (OMISSIS) S.r.l.) egualmente non di

proprieta’ pubblica ma privata: tali indicazioni erano ritenute

attendibili in quanto specifiche e documentate, con riferimento ad

elaborati tecnici di cui il teste aveva con se’ copia conforme e

dei quali pertanto le parti avrebbero potuto direttamente prendere

visione.

Ha infine ritenuto correttamente esclusa dal primo giudice la

responsabilita’ di (OMISSIS) S.r.l. per essere stata adeguatamente

provata in giudizio – con il relativo atto pubblico di

compravendita del 15/2/2001, anche alla luce delle informazioni

offerte dal teste (OMISSIS) – l’eccepita alienazione a (OMISSIS)

S.p.A. del locale posto al piano interrato a cui servizio e’

collocata la griglia in questione.

La controricorrente ha depositato memoria ex articolo 380-bis

c.p.c., comma 1.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo di ricorso (OMISSIS) denuncia violazione

e/o falsa applicazione dell’articolo 2051 c.c., Decreto

Legislativo 30 aprile 1992, n. 285, articoli 2 e 14 (nuovo codice

della strada), in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n.

3, per avere la Corte d’appello escluso la configurabilita’ della

responsabilita’ del custode a carico del Comune, in ragione della

ritenuta proprieta’ privata del tratto di marciapiede ove si e’

verificata la caduta, non tenendo nel debito conto il pur

riconosciuto uso pubblico dello stesso.

Sostiene che dal combinato disposto degli articoli 2 e 14 C.d.S.

si ricava l’esistenza, in capo all’amministrazione comunale, di un

potere/dovere di vigilanza sulle strade ad uso pubblico ricadenti

nel proprio territorio, quale che sia la proprieta’, al fine di

garantire la sicurezza e la fluidita’ della circolazione, con la

conseguente configurabilita’ della responsabilita’ ex articolo

2051 c.c..

2. Con il secondo motivo la ricorrente deduce violazione e/o falsa

applicazione dell’articolo 2043 c.c., articoli 2 e 14 C.d.S., in

relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la

Corte d’appello escluso altresi’ la configurabilita’, in concreto,

di una responsabilita’ per colpa ex articolo 2043 c.c., per non

esservi stata alcuna precedente segnalazione all’ente della

pericolosita’ della grata e non essendo tale insidiosita’

rilevabile con un mero esame visivo dello stato dei luoghi.

Lamenta che i giudici d’appello, limitando in tal modo la

responsabilita’ per illecito aquiliano del Comune alla violazione

colposa dell’”obbligo di accertarsi che la manutenzione dell’area

e dei relativi manufatti non sia trascurata dal proprietario”, non

ha colto l’esatta portata del citato articolo. Assume infatti che

l’obbligo a carico dell’ente pubblico non si esaurisce nel

suddetto accertamento, ma comprende la gestione, la pulizia e

soprattutto il controllo dell’efficienza dell’area privata

soggetta ad uso pubblico, per assicurare “la sicurezza e fluidita’

della circolazione”.

3. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia violazione degli

articoli 101, 115, 116, 183 e 345 c.p.c. e articolo 87 disp. att.

c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per

avere la Corte d’appello fondato la valutazione di attendibilita’

del teste geom. (OMISSIS) su documenti (gli elaborati tecnici

portati con se’ dal teste e cui lo stesso ha fatto riferimento nel

corso della sua deposizione) non prodotti in giudizio e per avere,

sulla base delle dichiarazioni e della relazione tecnica di

quest’ultimo, ritenuto dimostrata la proprieta’ privata del tratto

di marciapiede ove insiste la griglia che ha cagionato la caduta,

cosi’ superando la presunzione relativa ex lege di proprieta’

pubblica di tutti i marciapiedi attigui alla rete viaria interna

all’abitato.

Rileva che, non essendo stati tali elaborati, ne’ la concessione

edilizia menzionata dal teste, mai allegati in giudizio da alcuna

delle parti, la Corte di merito non avrebbe potuto tenerne alcun

conto e meno che mai avrebbe potuto utilizzarli per riscontrare le

dichiarazioni e l’attendibilita’ del teste.

4. Con il quarto motivo la ricorrente denuncia infine violazione

e/o falsa applicazione dell’articolo 1350 c.c., n. 1, articolo

2724 c.c., n. 3 e articolo 2725 c.c., in relazione all’articolo

360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte d’appello ritenuto

provata la vendita della proprieta’ dell’area in cui si e’

verificato il sinistro, da (OMISSIS) S.r.l. ad (OMISSIS) S.p.A., a

mezzo delle dichiarazioni del teste geom. (OMISSIS), non facendo

l’atto pubblico di compravendita prodotto da (OMISSIS) S.r.l.

alcun accenno alla alienazione dell’area di marciapiede predetta

e/o delle grate posizionate sullo stesso.

5. Rilievo prioritario, sul piano logico giuridico, assume il

terzo motivo di ricorso rispetto al primo e al secondo, il cui

esame va pertanto ad essi anteposto.

Lo stesso deve ritenersi inammissibile e comunque infondato.

La censura non coglie infatti l’effettiva ratio decidendi esposta

nella sentenza impugnata, appuntandosi su passaggio argomentativo

che assume, nell’economia della motivazione, rilievo meramente

rafforzativo di un convincimento che trova comunque aliunde

autonomo e adeguato supporto logico.

La Corte di merito ha invero posto a fondamento della propria

decisione sul punto anzitutto gli elementi emergenti dalla

relazione del tecnico comunale, ritualmente acquisita al giudizio

quale allegato alla memoria di costituzione del Comune di Otranto,

e segnatamente il fatto, ivi attestato, che le griglie sulle quali

l’attrice e’ caduta “sono state autorizzate, unitamente al

complesso residenziale, con concessione edilizia n. (OMISSIS)

rilasciata alla soc. (OMISSIS) S.r.l.” e che “sono poste sulla

parte di marciapiede ricadente sul suolo della societa’ sopra

citata e sul quale e’ stato realizzato l’ampliamento del

marciapiede medesimo”.

Il successivo richiamo agli elementi pure forniti dallo stesso

tecnico comunale attraverso la sua deposizione testimoniale vale

solo a corroborare detto convincimento, trattandosi di

informazioni sugli sviluppi successivi della pratica urbanistica

riferita al progetto edilizio (sviluppi che confermano il dato

gia’ emergente dalla relazione tecnica circa la proprieta’ privata

dell’area) nonche’ di chiarimenti sull’affermazione ivi contenuta

secondo cui le griglie in questione sono poste “sulla parte di

marciapiede ricadente sul suolo della societa’ sopra citata e sul

quale e’ stato realizzato l’ampliamento del marciapiede medesimo”.

Di tali indicazioni la Corte di merito esprime come detto un

giudizio di piena attendibilita’ ritenendo, da un lato, che la

responsabilita’ per danno erariale cui lo stesso tecnico comunale

sarebbe esposto, secondo l’amministrazione appellata, in caso di

accertamento della proprieta’ pubblica dell’area, non e’ idonea a

sollevare dubbi al riguardo in quanto “meramente ipotetica ed

eventuale” e, dall’altro, che le indicazioni fornite dal teste

sono “specifiche e documentate”, “facendo riferimento agli

elaborati tecnici di cui (il teste, n.d.r.) aveva con se’ copia

conforme, cosi’ che le parti avrebbero potuto direttamente

prenderne visione”.

La critica mossa dal ricorrente si appunta esclusivamente su tale

ultimo rilievo il quale pero’: a) anzitutto non ha valore fondante

del convincimento espresso (i documenti richiamati non sono

utilizzati in sentenza quale fonte di prova diretta della

proprieta’ privata dell’area) ma vale solo a giustificare il

giudizio di attendibilita’ del teste, e cio’ peraltro in via solo

indiretta riposando tale giudizio essenzialmente sul rilievo della

precisione e specificita’ delle indicazioni dallo stesso fornite,

ancorche’ consentite proprio dal riferimento da parte del teste ai

documenti seco portati (sul cui legittimo utilizzo ai sensi

dell’articolo 253 c.p.c., comma 3, e articolo 231 c.p.c. non

risulta sollevata alcuna eccezione): cio’ che comunque esclude la

configurabilita’ del dedotto error in procedendo; b) pure in tale

limitata prospettiva, esso si riferisce comunque esclusivamente

alle indicazioni fornite verbalmente nel corso della deposizione

testimoniale, non anche alla relazione tecnica che costituisce

documento ritualmente acquisito, per il quale il giudizio di

attendibilita’ rimane fondato sul piu’ generale e insindacabile

rilievo della infondatezza dei dubbi prospettati

dall’amministrazione convenuta; c) a tutto concedere, anche

espungendo il riferimento a detti documenti, il giudizio di

attendibilita’ del teste rimarrebbe comunque giustificato – alla

stregua di una valutazione di fatto insindacabile in questa sede –

dal rilievo della insufficienza delle ragioni di sospetto

prospettate dalla controparte.

6. Venendo quindi all’esame del primo motivo se ne deve parimenti

rilevare l’infondatezza.

E’ jus receptum nella giurisprudenza di questa Corte

l’affermazione secondo cui la responsabilita’ per i danni

cagionati da cose in custodia, ex articolo 2051 c.c., e’ di natura

oggettiva, incentrata sulla relazione causale che lega la cosa

all’evento lesivo, senza che, ai fini della verificazione di tale

evento, trovi rilievo alcuno la condotta del custode e

l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza da parte di

quest’ultimo sicche’ incombe al danneggiato allegare, dandone la

prova, solo il rapporto causale tra la cosa e l’evento dannoso,

indipendentemente dalla pericolosita’ o meno o dalle

caratteristiche intrinseche della prima (tra le molte: Cass.

12/07/2006, n. 15779; Cass. 19/02/2008, n. 4279; Cass. 25/07/2008,

n.20427; Cass. 12/11/2009, n. 23939; Cass. 10/04/2010, n. 8005;

Cass. 11/03/2011, n. 5910; Cass. 19/05/2011, n. 11016; Cass.

08/02/2012, n. 1769; Cass. 17/06/2013, n. 15096; Cass. 25/02/2014,

n. 4446; Cass. 27/11/2014, n. 25214; Cass. 18/09/2015, n. 18317;

Cass. 20/10/2015, n. 21212; Cass. Sez. U 10/05/2016, n. 9449;

Cass. 27/03/2017, n. 7805; Cass. 16/05/2017 n. 12027; Cass.

29/09/2017, n. 22839).

E’ stato in tal senso precisato che il rapporto di “custodia”

rilevante ex articolo 2051 c.c. non mutua i propri contenuti dalla

materia dei contratti (ad es. il contratto di deposito) e che,

dunque, non si identifica con la previsione di specifici obblighi

di controllo e vigilanza e prescinde da una condotta (o

prestazione) del custode con essi coerente ma postula piuttosto (e

soltanto) una potesta’ di fatto sulla cosa determinativa del

danno, ossia un effettivo potere fisico, che implichi il governo e

l’uso della cosa stessa.

E’ custode ex articolo 2051 c.c., dunque, chi “di fatto ne

controlla le modalita’ d’uso e di conservazione” (Cass. n. 4279

del 2008, Cass. n. 11016 del 2011, Cass. n. 1769 del 2012, cit.),

per cui la “speciale responsabilita’ ex articolo 2051 c.c. va

ricercata nella circostanza che il custode “ha il potere di

governo sulla cosa”” (Cass. Sez. U n. 9449 del 2016, cit.). Il

rapporto di “custodia “postula l’effettivo potere sulla cosa” e,

quindi, non solo la sua disponibilita’ giuridica ma, insieme ad

essa, la disponibilita’ materiale (Cass. n. 15096 del 2013, cit.),

alla stregua di un binomio che opera unitariamente come fattore

selettivo della figura del “custode”, rilevante ai sensi

dell’articolo 2051 c.c., ossia di colui che – come detto – ha “il

potere di governo” della cosa, “da intendersi come potere di

controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che siano

insorte e di escludere i terzi dal contatto” con essa (Cass. n.

15779 del 2006, cit.).

E’ dunque in tale prospettiva che e’ da intendere l’affermazione,

sovente ribadita dai precedenti sopra richiamati, per cui custode

non e’ da considerarsi “necessariamente il proprietario o chi si

trova con essa (la cosa) in relazione diretta” (tra le altre,

Cass. n. 4279 del 2008, cit.). Il rapporto di custodia che puo’

presumersi nella titolarita’ dominicale della cosa puo’, infatti,

venire meno in ragione della escludente relazione materiale da

parte di altro soggetto che, con la cosa medesima, abbia del pari

un rapporto giuridicamente qualificato.

E’ il caso dei danni cagionati a terzi dall’immobile locato, per

cui viene individuato nel conduttore il custode responsabile ex

articolo 2051 c.c. del pregiudizio derivato dalle parti

dell’immobile acquisite nella sua disponibilita’ giuridica con il

contratto di locazione, mentre (salvo ipotesi di concorso di

responsabilita’: cfr. Cass. 09/06/2016, n. 11815) il

proprietario/locatore rimane custode e responsabile ex articolo

2051 c.c. del danno cagionato dalle strutture murarie

dell’immobile medesimo e dagli impianti in esse conglobati (tra le

altre, Cass. 03/08/2005, n. 16231; Cass. 09/06/2010, n. 13881;

Cass. 27/07/2011, n. 16422).

Per converso la pure ricorrente affermazione secondo cui non e’

sufficiente la mera relazione diretta e materiale con la cosa ai

fini dell’insorgenza del rapporto di custodia (quale criterio di

imputazione) ai fini della responsabilita’ ai sensi dell’articolo

2051 c.c., e’ certamente vera se intesa nel senso che il “potere

di governo” della cosa e’ qualcosa di piu’ ma non anche nel senso

che se ne puo’ prescindere. Alla stregua degli indici sintomatici

sopra evidenziati (Cass. n. 15779 del 2006, cit.), non e’ dato

infatti riconoscere un rapporto di custodia ex articolo 2051 c.c.

in capo a chi della cosa abbia la mera detenzione per ospitalita’

o di servizio, operando, in quest’ultimo caso, nell’ambito di piu’

ampi poteri organizzativi e direzionali spettanti ad altri (cosi’

gia’ Cass. 21/11/1978, n. 5418), ovvero in capo a chi della cosa

sia mero utilizzatore (sporadico o temporaneo), ove la concessa

facolta’ di utilizzazione della cosa non venga ad elidere, “per

specifico accordo delle parti, o per la natura del rapporto,

ovvero per la situazione fattuale determinatasi”, il “potere di

ingerenza, gestione ed intervento sulla cosa” stessa che il

concedente abbia conservato (Cass. n. 15096 del 2013, cit.).

Va dunque ribadito che, ai fini del rapporto di custodia rilevante

ai sensi dell’articolo 2051 c.c. – quale elemento essenziale della

fattispecie, oggettiva, di responsabilita’ extracontrattuale ivi

disciplinata – e’ necessario, ma non sufficiente, che sussista

un’astratta competenza giuridica sulla res, giacche’ a siffatta

relazione giuridica, che e’ titolo di attribuzione di un potere di

governo su di essa, deve corrispondere una disponibilita’

materiale o di fatto della cosa medesima, tale da rendere attuale

e diretto l’anzidetto potere.

Ed e’ proprio siffatta complessiva situazione (che, in quanto

tale, radica di per se’ il carattere oggettivo del titolo di

responsabilita’, senza che abbia rilievo alcuno il comportamento,

diligente o meno, del custode) che giustifica il criterio di

imputazione della responsabilita’ stessa, in quanto essa implica,

ex ante, il dovere, giuridico, di impedire che la cosa stessa non

arrechi danni a terzi (cosi’ Cass. n. 22839 del 2017, cit.).

Cosi’ definito il rapporto di custodia rilevante ai sensi

dell’articolo 2051 c.c. e’ evidente, dunque, che non basta a

riconoscerlo in capo all’ente comunale rispetto alle strade

private aperte al pubblico transito, il fatto che anche queste

siano soggette, a norma delle suindicate norme del codice della

strada, ai poteri/doveri di vigilanza finalizzati a garantire che

la circolazione dei veicoli e dei pedoni avvenga, anche su di

esse, in condizioni di sicurezza.

Tali poteri non escludono infatti che il “potere di governo” sulla

“cosa” sia giuridicamente e materialmente esercitato in via

immediata e diretta dal privato proprietario della strada, mentre

l’attivita’ a tal fine svolta dal Comune e’ di carattere

regolativo, ancorche’ puntuale, e poi di controllo sull’operato

del privato, siccome volta a mantenere intatta la sicurezza e

l’efficienza della strada rispetto al pubblico transito al quale

essa e’ assoggettata, sia pure di fatto.

In quanto tale essa pero’ non basta a configurare, in riferimento

alla strada medesima, un “rapporto di custodia” ai sensi e per gli

effetti della responsabilita’ civile di cui all’articolo 2051

c.c., non assumendo il Comune per tali strade quella peculiare

posizione connotata dal binomio della disponibilita’ giuridica e

materiale della res, che ne consente il governo nei termini

anzidetti.

La posizione dell’ente pubblico, come innanzi caratterizzata, e’

tale, semmai, da poter attivare una responsabilita’ aquiliana ai

sensi dell’articolo 2043 c.c., la’ dove si vengano a determinare

omissioni o carenze nel controllo e/o vigilanza sull’operato del

proprietario o colpevoli errori nell’assunzione delle decisioni in

materia di manutenzione, gestione della strada medesima (cfr.

ancora Cass. n. 22839 del 2017, cit.; v. anche Cass. 22/10/2014,

n. 22330).

7. Proprio in tale ultima corretta prospettiva si muove il secondo

motivo di ricorso, il quale merita accoglimento.

Come s’e’ appena detto e come questa Corte ha gia’ piu’ volte

affermato, l’amministrazione comunale e’ tenuta a garantire la

circolazione dei veicoli e dei pedoni in condizioni di sicurezza:

ed a tale obbligo l’ente proprietario della strada viene meno non

solo quando non provvede alla manutenzione di quest’ultima, ma

anche quando il danno sia derivato dal difetto di manutenzione di

aree limitrofe alla strada, atteso che e’ comunque obbligo

dell’ente verificare che lo stato dei luoghi consenta la

circolazione dei veicoli e dei pedoni in totale sicurezza (Cass.

11/11/2011, n. 23362, Rv. 620314; Cass. 07/02/2017, n. 3216).

Infatti il Comune il quale consenta alla collettivita’

l’utilizzazione, per pubblico transito, di un’area di proprieta’

privata, si assume l’obbligo di accertare che la manutenzione

dell’area e dei relativi manufatti non sia trascurata. Ne consegue

che l’inosservanza di tale dovere di sorveglianza, che costituisce

un obbligo primario della P.A., per il principio del neminem

laedere, integra gli estremi della colpa e determina la

responsabilita’ per il danno cagionato all’utente dell’area, non

rilevando che l’obbligo della manutenzione incomba sul

proprietario dell’area medesima (Cass. 04/01/2010, n. 7, Rv.

610958; Cass. n. 3216 del 2017, Rv. 642752).

Nel caso di specie la Corte d’appello richiama espressamente il

suesposto principio ma esclude che, in concreto, possa ascriversi

al Comune alcuna colpa per omessa sorveglianza, in mancanza di

alcuna segnalazione agli uffici comunali del carattere insidioso,

per i pedoni, dello sportellino esistente sulla grata metallica

collocata sul marciapiede di proprieta’ privata e considerato che

il carattere pericoloso del citato sportellino non poteva

desumersi da un “mero esame visivo dello stato dei luoghi”.

La ricorrente lamenta sul punto l’adozione di un erroneo parametro

di diligenza, rilevando che quella richiesta all’ente

nell’adempimento dell’obbligo di vigilanza e controllo su di esso

gravante non e’ la semplice diligenza del buon padre di famiglia,

bensi’ quella del soggetto professionale in grado di effettuare il

“controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative

pertinenze”, richiesto dall’articolo 14 C.d.S..

La doglianza e’ fondata.

La colpa civile, di cui all’articolo 2043 c.c., consiste nella

deviazione da una regola di condotta. “Regola di condotta” e’ non

soltanto la norma giuridica, ma anche qualsiasi doverosa cautela

concretamente esigibile dal danneggiante.

Stabilire se questi abbia o meno violato norme giuridiche o di

comune prudenza e’ accertamento che va compiuto alla stregua

dell’articolo 1176 c.c., comparando la condotta concretamente

tenuta dal preteso responsabile, con quella che un soggetto delle

medesime qualita’ e condizioni avrebbe tenuto, nelle stesse

circostanze di tempo e luogo.

Orbene, l’ente proprietario della strada aperta al pubblico

transito e’ obbligato, come detto, a garantire la sicurezza della

circolazione (articolo 14 C.d.S.) e ad adottare i provvedimenti

necessari ai fini della sicurezza del traffico sulle strade

(Decreto Legislativo 26 febbraio 1994, n. 143, articolo 2).

Da queste previsioni – se, come pure s’e’ ripetuto, non discende

certo, l’obbligo del Comune di provvedere esso stesso direttamente

alla manutenzione dei fondi privati – discende, pero’, l’obbligo

di: a) segnalare ai proprietari di essi le situazioni di pericolo

suscettibili di recare pregiudizio agli utenti della strada; b)

adottare i presidi necessari ad eliminare i fattori di rischio

conosciuti o conoscibili con un attento e doveroso monitoraggio

del territorio; c) come extrema ratio, permanendo l’eventuale

negligenza dei proprietari dei fondi finitimi nel rimuovere le

situazioni di pericolo, chiudere la strada al traffico (v. Cass.

n. 22330 del 2014 cit.; v. anche Cass. 11/11/2011, n. 23562, Rv.

620514).

L’adempimento di un siffatto obbligo, considerata anche la

finalita’ cui esso e’ preposto (assicurare la sicurezza della

circolazione di veicoli e pedoni), richiede un comportamento piu’

attivo e attento di quello postulato dai giudici a quibus (secondo

cui, in buona sostanza, un intervento del Comune nei sensi

predetti avrebbe potuto considerarsi esigibile solo ove l’insidia

fosse stata segnalata da alcuno agli uffici comunali o fosse

percepibile ad un “mero esame visivo” dei luoghi) e con esso

l’adozione di una diligenza rapportata ai mezzi e alle

possibilita’ di monitoraggio dell’amministrazione comunale,

apparendo di contro evidente che la decisione di merito adotta a

parametro la stessa diligenza pretendibile dall’utente della

strada (con il conseguente paradosso, peraltro, che il presupposto

da essa richiesto per il sorgere della responsabilita’ dell’ente,

ossia la visibilita’ dell’insidia, la escluderebbe al contempo per

l’assorbente addebito di negligenza ascrivibile al danneggiato).

8. E’ infine inammissibile, e comunque infondato, il quarto

motivo. La Corte d’appello ha tratto il convincimento secondo cui

il tratto di marciapiede in questione sia compreso nell’immobile e

nell’area sovrastante alienati da (OMISSIS) S.r.l. ad (OMISSIS)

S.p.A. dall’esame dell’atto pubblico di compravendita e dei

relativi allegati (stralcio topografico comprensivo anche di uno

stralcio catastale, particolare del fabbricato in scala 1:500 e

pianta in scala 1:100); ha al riguardo rilevato che “da tali

elaborati grafici si desume chiaramente che l’immobile venduto,

sito al piano interrato, sporge per circa metri 1,50 dalla sagoma

del fabbricato sovrastante, occupando l’intera area sovrastante

tratteggiata come marciapiede lungo la via (OMISSIS)”.

A tali dati ha affiancato gli elementi di valutazione desumibili

dalle dichiarazioni del teste (OMISSIS) il quale ha dichiarato

che, secondo quanto dallo stesso visionato direttamente sui

luoghi, “la griglia sulla quale (l’attrice, n.d.r.) e’ caduta da’

accesso alla sottostante cabina elettrica a servizio del

condominio”.

Si desume da cio’ che il convincimento conseguentemente espresso

circa la titolarita’ dell’area in capo a (OMISSIS) S.p.A. trova in

realta’ fondamento su distinti elementi di prova, richiamati in

quanto convergenti, ma tuttavia autonomi e non interdipendenti,

donde l’inammissibilita’ della censura in quanto riferita ad uno

solo di essi (la prova testimoniale), la cui eliminazione dal

percorso argomentativo non priverebbe comunque la decisione sul

punto di adeguato supporto motivazionale.

La censura e’ comunque da considerarsi anche infondata, non

potendo considerarsi pertinentemente richiamati i limiti legali in

tema di prova dei contratti traslativi della proprieta’ di

immobili.

Questi infatti, per pacifico indirizzo, valgono solo nell’ipotesi

in cui il negozio sia invocato come fonte di diritti e

obbligazioni fra le parti contraenti o dai loro eredi o aventi

causa; non operano, invece, nel caso in cui il negozio sia dedotto

dal o nei confronti del terzo come semplice fatto storico

influente sulla decisione della causa (v. ex multis Cass.

23/12/2010, n. 26003; Cass. 26/09/2005, n. 18779; Cass.

10/04/2003, n. 5673).

Occorre peraltro rammentare che la prova testimoniale e’ comunque

ammessa ogniqualvolta si tratti di chiarire la volonta’ dei

contraenti con la portata oggettiva delle diverse clausole

contrattuali (Cass. 19/08/1996, n. 7635; Cass. 09/02/1987, n.

1337), che e’ proprio il rilievo che, alla stregua di quanto sopra

evidenziato, la Corte ha inteso attribuire sul punto alle

dichiarazioni del teste.

9. In accoglimento dunque del (solo) secondo motivo, la sentenza

impugnata va cassata, con rinvio al giudice a quo, in diversa

composizione, al quale va anche demandato il regolamento delle

spese del presente giudizio di legittimita’ nei rapporti tra la

ricorrente e il Comune di Otranto.

Il rigetto del quarto motivo determina invece la definizione della

distinta e autonoma controversia tra la ricorrente medesima e la

(OMISSIS) S.r.l., dovendosi per essa dunque provvedere al

regolamento delle spese sostenute per il presente giudizio, come

da dispositivo.

P.Q.M.

accoglie il secondo motivo di ricorso; rigetta i rimanenti; cassa

la sentenza in relazione al motivo accolto; rinvia alla Corte di

appello di Lecce in diversa composizione, cui demanda di

provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimita’.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali in

favore della controricorrente (OMISSIS) S.r.l., liquidate in Euro

3.000 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del

15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli

accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 18 gennaio 2018

Depositato in Cancelleria il 14 marzo 2018

avverso la sentenza della Corte d’appello di Lecce, n. 609/15

depositata l’8 settembre 2015.

Articolo tratto da laleggepertutti.it

Revisione auto: importanti novità a partire dal 20 maggio

Cambiano le regole per la revisione:

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Novità in arrivo sul fronte della revisione auto. La norma vigente è stata evidentemente considerata inadeguata dall’Unione europea che ha introdotto alcune innovazioni con la direttiva 2014/2015.

Ci è voluto un po’ ma il ministero dei Trasporti attraverso un decreto ha recepito la normativa e così dal prossimo 20 maggio cambieranno molte cose.

La novità principiale riguarda il rilascio di un certificato di revisione, un documento più ampio che conterrà il verbale di controllo con tutti i risultati dei test. Il nuovo attestato riporterà: il numero di targa e di telaio, il luogo e la data della verifica tecnica, i numeri del contachilometri, la categoria del veicolo, il nome del centro che ha effettuato la verifica, e la data entro la quale dovrà essere effettuata la prossima revisione, saranno anche elencate le carenze individuate e il loro livello: lievi, gravi e pericolose. Resta comunque l’adesivo di conferma applicato sul libretto di circolazione.

A catturare l’attenzione è sicuramente la parte riguardante il conteggio dei chilometri, uno dei temi più forti quando si parla di compravendita di auto usate. È risaputa la consuetudine (anche se è più giusto parlare di vera e propria truffa) di manomettere il contachilometri delle auto usate per “ringiovanirle” e venderle a un prezzo più alto.

Si era già provato a fare qualcosa in proposito, come voleva una circolare del 2010 il dato doveva essere comunicato alla Motorizzazione Civile che lo custodiva nel proprio sistema informatico. È ovviamente consultabile pubblicamente ma non tutti ne sono al corrente, dal 20 maggio in poi invece il dato sarà presente e facilmente consultabile dal compratore perché sarà inserito in questo certificato di revisione che accompagnerà il veicolo. Forse non sarà sufficiente a debellare il fenomeno ma è comunque un passo avanti e una garanzia in più.

Restano invariati i costi e le tempistiche delle revisioni: la prima dopo quattro anni dall’immatricolazione, entro la fine del mese in cui è stata targata l’auto, le successive entro due anni dalla revisione precedente, entro la fine del mese in cui era stata effettuata. I costi: 66,88 euro nei centri revisione, 45 euro, negli uffici provinciali della Motorizzazione civile.

Articolo tratto da Facile.it

 

 

Fondo Vittime della Strada in perdita: rincari sulle aliquote

Brutte Notizie per gli automobilisti onesti, cioè quelli che pagano regolarmente l’assicurazione: dal 2019 potrebbe aumentare l’aliquota per il Fondo Vittime della Strada, attualmente ferma al 2,5%, che verrebbe portata al 4% facendo inevitabilmente salire i premi RC auto. Una vera e propria beffa proprio adesso che sono in arrivo gli sconti obbligatori sulle tariffe.

 

Com’è noto, il Fondo Vittime della Strada, gestito dalla Consap – Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici, serve a risarcire i danni causati da un veicolo non assicurato oppure non identificato (ci sono poi altri casi ma meno comuni). Il Fondo si alimenta col prelievo di un’aliquota del 2,5% sui premi di tutte le polizze RC auto: in pratica gli automobilisti onesti si accollano le colpe di quelli disonesti.

Il problema è che questo 2,5% non basta più a coprire tutti i risarcimenti del Fondo, che ammontano a circa 300-400 milioni di euro all’anno. Del resto se le stime calcolano in un vergognoso 12% il numero di veicoli che circolano senza assicurazione obbligatoria, si fa presto a tirare le dovute somme. Per questo la Consap ha chiesto l’aumento dell’aliquota al 4% e adesso la palla passa al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che è chiamato a decidere quanto prima. Ricordiamo che sono dieci anni che l’aliquota è ferma al 2,5%.

Se il MEF dovesse dare il via libera all’aumento dal 2,5 al 4% nel 2019, il rincaro per ogni assicurato risulterebbe di proporzioni variabili. Chi paga un premio medio annuo RC auto di circa 500 euro, come in Lombardia o Piemonte, vedrebbe aumentarsi l’importo di 8 euro, più o meno. Una cifra tutto sommato accettabile. Ma per chi sborsa 1000 euro, come in alcune province della Campania, l’aggravio sarebbe di 35 euro. Decisamente meno tollerabile.

Intanto le associazioni dei consumatori sono già sul piede di guerra e annunciano importanti azioni di protesta qualora dovesse passare l’aumento dell’aliquota. In particolare la Rete Consumatori Italia-Assoutenti chiede di non scaricare ulteriori costi su coloro che hanno l’unica colpa di pagare l’assicurazione regolarmente, introducendo invece misure più severe per i furbetti, a cominciare dalla confisca della targa del veicolo.

Articolo tratto a Facile.it

 

Clausole vessatorie nei contratti RCA, di cosa si tratta

Si torna periodicamente a parlare di clausole vessatorie nei contratti RC auto, un argomento spinoso che ha richiesto in più di un caso l’intervento dell’IVASS e delle associazioni dei consumatori per tutelare i clienti e metterli in guardia al momento di firmare il contratto. Vediamo più precisamente di cosa si tratta e a cosa è giusto fare attenzione quando si acquista una polizza.

Si definiscono vessatorie, dal punto di vista giuridico, le clausole di un contratto che producono a tutti gli effetti uno squilibrio tra le due parti in tema di diritti, a danno del consumatore. Nel caso delle assicurazioni auto possono essere considerate vessatorie alcune soluzioni proposte dalla compagnia per limitare il proprio intervento, e quindi il rimborso, in caso di sinistro. Una clausola che si dimostri essere vessatoria per legge viene annullata e quindi non ha effetto, pur restando valido il resto del contratto. Su questo punto però c’è un distinguo da fare, perché nel caso il cliente abbia firmato e quindi sottoscritto, consapevolmente o meno, il testo della clausola, dimostrando di fatto che è frutto di un accordo tra compagnia e cliente, questa resta valida, come del resto ha confermato un anno fa una sentenza del Tribunale di Torino sull’argomento.

L’articolo 33 del Codice del Consumo stabilisce con chiarezza tutti i casi in cui una clausola può definirsi vessatoria. Ma non sono considerate vessatorie le clausole frutto di trattative individuali come anche quelle che si adeguano a disposizioni di legge.

Detto questo sarà necessario fare molta attenzione al momento dHands protecting car insurance conceptella firma del contratto e valutare effettivamente che non ci siano limitazioni ingiustificate all’eventuale risarcimento in caso di sinistro. Il caso più comune, e maggiormente oggetto di dibattito, riguarda l’importo rimborsato qualora si utilizzi un carrozziere non convenzionato con la compagnia assicuratrice per riparare l’auto dopo un sinistro. A meno di non aver sottoscritto il contrario, si dovrebbe avere diritto al risarcimento integrale pur scegliendo il proprio carrozziere di fiducia, in linea anche con quanto stabilito dal ddl Concorrenza 2017. Anche gli accordi che prevedono uno sconto sul premio della polizza a fronte dell’impegno a far riparare il veicolo in officine convenzionate possono avere valore solo quando frutto di una chiara negoziazione tra cliente e compagnia assicuratrice.

Articolo tratto da Facile.it

Buche su strada: sentenze e cause vinte

Quando è possibile ottenere il risarcimento del danno in caso di caduta in una fossa o di incidente a causa di una buca sull’asfalto stradale.

via-camporeale-buca

Non è difficile imbattersi in una buca stradale, specie durante la stagione invernale, complici le piogge e le nevicate. Macché…! Il vero complice è l’inerzia delle amministrazioni nella manutenzione delle vie, gli appalti affidati a ditte incapaci di realizzare lavori a regola d’arte, lo sperpero dei soldi pubblici per opere di utilità non certo pari alla sicurezza degli automobilisti e dei motociclisti (e non sono pochi i centauri che hanno perso la vita a causa di una voragine apertasi sull’asfalto). Insomma, un problema che affligge principalmente i Comuni italiani dove le strade sono spesso dei colabrodo. In questa situazione ci si aspetterebbe che la magistratura sia solidale al cittadino e, provando a bacchettare gli enti locali del tutto insensibili al problema, ponga dei risarcimenti esemplari. Invece, anche qui le cose non vanno meglio. Stanca probabilmente del fatto che per una ruota rotta si finisca fino al terzo grado di giudizio, la Cassazione ha invece stretto le maglie ai risarcimenti, stabilendo una serie di principi che vanno contro l’automobilista. Ecco perché, nel tentare di trovare un filo conduttore tra le sentenze e le cause vinte per buche su strada, abbiamo voluto raggruppare in un unico articolo quelle che sono le pronunce più interessanti della giurisprudenza. Procediamo dunque con ordine e vediamo a quali principi deve attenersi il danneggiato che voglia essere risarcito.

1 Buche stradali: quando il risarcimento viene negato
2 Che cos’è il caso fortuito?
3 Sentenze a favore dell’automobilista: cause vinte per buche stradali
3.1 Tribunale Roma, sez. XII, 01/02/2018, n. 2261
3.2 Cassazione ord. n. 6034/2018 del 13.03.2018
3.3 Tribunale Torre Annunziata, sez. I, 20/12/2017, n. 3169
3.4 Cassazione civile, sez. III, 30/11/2017, n. 28665
3.5 Cassazione civile, sez. VI, 26/09/2017, n. 22419
3.6 Cassazione civile, sez. III, 28/07/2017, n. 18753
3.7 Cassazione civile, sez. III, 28/07/2017, n. 18753
3.8 Tribunale Roma, sez. XII, 05/07/2017, n. 13646
3.9 Tribunale Roma, sez. XIII, 01/03/2017, n. 4150
3.10 Tribunale Salerno, sez. II, 07/10/2016, n. 4494

Buche stradali: quando il risarcimento viene negato

In linea di principio sono numerose le norme che attribuiscono la responsabilità al Comune per i danni procurati dalle buche stradali. C’è innanzitutto la regola generale del codice civile  secondo cui chi procura un danno ingiusto ad altri deve risarcirlo. Ci sono poi tutte le norme del codice della strada che impongono alle amministrazioni di tenere in buon stato di manutenzione il suolo pubblico, in modo da non costituire pericolo per gli utenti. C’è infine una regola speciale, anch’essa contenuta nel codice civile, in base alla quale il custode di una cosa o il relativo proprietario ha «responsabilità oggettiva» per tutti i danni procurati dalla cosa stessa, a prescindere dal fatto che li abbia voluti o meno. Solo se il danno è stato procurato da un evento improvviso e imprevedibile non c’è responsabilità. É il cosiddetto caso fortuito ed è proprio su questo che si appiglia la giurisprudenza per negare la responsabilità dei Comuni tutte le volte in cui un pedone, un’automobile o una moto finisce in una buca stradale.

Che cos’è il caso fortuito?

Il caso fortuito è tutto ciò che non dipende dalla volontà o dalla colpa del proprietario della strada e che non è da questi prevedibile ed evitabile. Gli esempi principali sono due:

  • il margine di tempo ristretto per approntare la manutenzione della strada: se, sul più bello, la strada si apre per via di un violento acquazzone e si crea una voragine, le autorità non hanno la possibilità né di segnalare la situazione di pericolo, né tantomeno di ovviare alla stessa mettendo in sicurezza il tratto stradale. Quindi, quando il pericolo si è verificato da poco, si può parlare di caso fortuito e l’eventuale danno non viene risarcito dal Comune;
  • la condotta del danneggiato: l’automobilista deve sempre guidare tenendo gli occhi ben fissi sulla strada, non potendosi distrarre o oltrepassare i limiti. Se finisce in una buca a causa del suo comportamento imprudente o negligente non può che prendersela con sé stesso ed alcun risarcimento gli sarà dovuto.

È proprio sulla scorta di questo secondo ragionamento che vengono negati, nella maggior parte dei casi, i risarcimenti per le cadute sulle buche stradali. Ecco alcuni esempi:

  • quando la buca è di grosse dimensioni: tanto più è ampia la fossa, tanto più è visibile, tanto maggiore è la possibilità per l’automobilista di evitarla. Solo le buche nascoste (che cioè consistono in una insidia o in un trabocchetto) possono dar luogo a risarcimento del danno; si pensi a una piccola voragine aperta sul margine della strada, coperto dall’acqua o dalle foglie;
  • quando la condizione di luce e visibilità del luogo consente di accorgersi della presenza della buca: è più facile ottenere un risarcimento per i danni causati da una buca per un incidente avvenuto di notte che di giorno, sempre che la strada non sia ben illuminata;
  • quando il danneggiato conosce la strada: chi percorre tutti i giorni la stessa via è consapevole della presenza di pericoli e, pertanto, se si distrae non può accampare diritto al risarcimento. Il che significa, ad esempio, che se la buca si trova vicino casa è più difficile ottenere i danni dal Comune;
  • quando la strada è in condizioni di palese dissesto: chi sceglie di percorrere una via dove è evidente la presenza di buche e la mancata manutenzione lo fa a proprio rischio e pericolo e, in caso di caduta, non può poi prendersela con il Comune. Il tribunale di Lecce, a riguardo, ha detto che, nel caso in cui il conducente di un ciclomotore abbia riportato lesioni in seguito alla caduta in una profonda buca piena d’acqua del manto stradale, non opera la presunzione di responsabilità a carico dell’ente proprietario della strada se le condizioni di dissesto della strada erano ben note e facilmente avvistabili dal danneggiato che, pertanto, avrebbe dovuto tenere un comportamento idoneo ad evitare il pericolo .
  • quando l’automobilista va veloce: è chiaro che chi supera i limiti di velocità non può poi pretendere il risarcimento per una buca che, se si fosse proceduto nel rispetto delle regole, sarebbe stata facilmente visibile. Peraltro, la segnaletica può non essere sufficiente, visto che ognuno deve adeguare la propria andatura alle concrete condizioni della strada e del traffico; col risultato che, se dopo una pioggia la strada presenta numerose crepe, l’automobilista dovrà moderare ulteriormente la propria velocità. Spesso il superamento del limite di velocità è stato considerato una concausa del danno, dando luogo a un concorso di colpa;
  • quando l’automobilista o il pedone è distratto: non si può camminare con la testa tra le nuvole. Secondo la Cassazione, una buca di grandi dimensioni, collocata a ridosso del marciapiede e tale da indurre i pedoni a transitare sulla strada, e non sul marciapiede, proprio allo scopo di evitarla» fa emergere «la violazione, da parte del pedone, dei propri doveri di diligenza», ossia l’obbligo di controllare “dove si mettono i piedi”.

Sentenze a favore dell’automobilista: cause vinte per buche stradali

Passiamo ora in rassegna le più recenti sentenze che hanno visto coinvolti gli automobilisti in cause di risarcimento del danno contro i Comuni o altri enti pubblici a seguito di una caduta in una buca stradale.

Si tenga però conto che, anche quando si riesca a vincere il giudizio, il risarcimento è tutt’altro che scontato: spesso infatti bisogna attendere anni per vedere i soldi oppure bisogna procedere con l’esecuzione forzata. Neanche in quest’ultimo caso l’esito è scontato visto che spesso l’ente ha le casse vuote. Bisognerà allora procedere a un giudizio di ottemperanza il cui costo a volte supera di gran lunga il danno subito.

Tribunale Roma, sez. XII, 01/02/2018,  n. 2261 

Va riconosciuto il risarcimento per la caduta a causa di un dissesto sul marciapiede ricoperto di foglie. Nel caso di una buca completamente ricoperta dalle foglie presenti sull’intero marciapiede, deve ritenersi che la presenza del dissesto sul tratto di strada non sia percepibile ed evitabile con ordinaria avvedutezza da parte del pedone. Ciò a maggior ragione per l’insussistenza di valida ed effettiva alternativa rispetto al transito sulla pavimentazione, poiché lo strato di foglie copriva il marciapiede intero. Va pertanto dichiarata la responsabilità del Comune per i danni subiti dal pedone in conseguenza della caduta a causa del detto dissesto non visibile.

Cassazione ord. n. 6034/2018 del 13.03.2018

Spetta il concorso di colpa al ciclista caduto su una buca stradale nel Comune ove circolava. Spetta all’amministrazione dimostrare che il danneggiato non ha rispettato le regole di prudenza anche quando la buca è di grosse dimensioni e su una strada illuminata.

Tribunale Torre Annunziata, sez. I, 20/12/2017,  n. 3169  

In caso di caduta avvenuta per una buca presente sul marciapiede, responsabile oggettivo del sinistro è l’ente proprietario della strada, salvo che questi dimostri di non aver potuto far nulla per evitare il danno; nel caso di specie, spetta quindi al Comune risarcire il danno non patrimoniale per le lesioni subite in occasione del sinistro causato da un’anomalia della strada e non riferibile né ad una condotta del danneggiato, né ad altro fattore indipendente dal rapporto di custodia.

Cassazione civile, sez. III, 30/11/2017,  n. 28665  

L’automobilista che voglia dimostrare la presenza della buca stradale può certamente valersi di una fotografia che rappresenta le condizioni concrete della strada. Ma attenzione: dalla foto deve emergere anche la data in cui la stessa è stata scattata altrimenti non può costituire una valida prova (e al Comune non spetta neanche contestarne la validità).

Cassazione civile, sez. VI, 26/09/2017,  n. 22419  

L’ente proprietario d’una strada aperta al pubblico transito risponde per difetto di manutenzione, dei sinistri riconducibili a situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, salvo che si accerti la concreta possibilità per l’utente danneggiato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo. Nel compiere tale ultima valutazione, si dovrà tener conto che quanto più questo è suscettibile di essere previsto e superato attraverso l’adozione di normali cautele da parte del danneggiato, tanto più il comportamento della vittima incide nell’evento passando da un concorso di colpa all’intera responsabilità a carico del danneggiato.

Cassazione civile, sez. III, 28/07/2017,  n. 18753  

Il semplice accertamento dell’eccesso di velocità da parte dell’automobilista non esclude che questi possa aver diritto al risarcimento per la buca stradale se risulta che, anche tenendo un’andatura adeguata, questi avrebbe ugualmente subito il danno.

Cassazione civile, sez. III, 28/07/2017,  n. 18753  

L’ente gestore della strada è responsabile anche per gli elementi esterni alla carreggiata. La custodia esercitata dal proprietario o dal gestore della strada non è limitata alla sola carreggiata ma si estende anche agli elementi accessori o pertinenze. Questo significa che se anche il danneggiato ha violato le regole del codice della strada, l’amministrazione è responsabile del danno se risulta che la presenza di un’adeguata barriera avrebbe potuto opporsi all’urto da parte del mezzo ed evitare l’infortunio (nella specie, il conducente era uscito dalla carreggiata precipitando dentro una buca, a margine della stessa, che assumeva essere né presegnalata né protetta).

Tribunale Roma, sez. XII, 05/07/2017,  n. 13646  

La buca stradale di vaste dimensioni, in assenza di prove di un eccesso di velocità del conducente, configura insidia stradale. L’avvallamento determinato dalla buca di vaste dimensioni in una parte della strada di piena percorrenza, configura – in assenza di ogni dimostrazione di un eccesso di velocità del conducente l’autovettura – una condizione dei luoghi invisibile ed imprevedibile tale da determinare una situazione di pericolo ed insidiosa.

Tribunale Roma, sez. XIII, 01/03/2017,  n. 4150 

Danni da insidia su strada pubblica: la responsabilità della p.a. si presume salvo prova di imprevedibilità dell’evento dannoso. In tema di omessa custodia da parte della pubblica amministrazione, l’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo connesse in modo immanente alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, indipendentemente dalla sua estensione, salvo che dia la prova che l’evento dannoso era imprevedibile e non tempestivamente evitabile o segnalabile (nel caso di specie, nonostante le dimensioni della buca presente nel marciapiede, non viene ravvisata alcuna condizione di pericolo occulto per difetto del requisito della non visibilità).

Pertanto, in tema di responsabilità civile e danno da cose in custodia,  anche nell’ipotesi di Pubblica Amministrazione – nel caso di specie buca sulla strada – la stessa deve dare prova del caso fortuito, ossia dell’oggettiva impossibilità, per l’ente comunale, e per esso dell’impresa appaltatrice, di venire a conoscenza e di intervenire, sull’insidia, eliminandola.

Tribunale Salerno, sez. II, 07/10/2016,  n. 4494 

In tema di sinistro a seguito di una caduta in una buca situata sul manto stradale l’ente locale è responsabile salvo che dia la prova che l’evento dannoso era imprevedibile e non tempestivamente evitabile o segnalabile, tale tipo di responsabilità prescinde dall’accertamento del carattere colposo dell’attività o del comportamento del custode e ha natura oggettiva, necessitando, per la sua configurabilità, del mero rapporto eziologico tra cosa ed evento, prescindendo altresì, dall’accertamento della pericolosità della cosa stessa.

 Articolo tratto da Laleggepertutti

Incidente stradale: come evitare di anticipare le spese di riparazione dell’auto.

In caso di incidente stradale, grazie agli strumenti della Delega al Pagamento e della Cessione del Credito, il danneggiato ha la possibilità di non anticipare al carrozziere o al meccanico le somme dovute per la riparazione.

Con l’accordo di delega al pagamento o di cessione del credito, la cura del sinistro passa direttamente in capo alla carrozzeria, che conseguirà il pagamento delle sue spettanze direttamente dalla compagnia di assicurazione chiamata a pagare.
Il danneggiato non potrà più chiedere alcun risarcimento all’assicurazione, né promuovere alcuna azione legale nei confronti di quest’ultima.
Ciò accade perché vi è una variazione delle posizioni creditizie.
In pratica il soggetto che può rivendicare il risarcimento del danno non sarà più il proprietario dell’autovettura danneggiata, bensì la carrozzeria cui il veicolo è stato consegnato per la riparazione.

Ma ci sono delle differenze fra i due strumenti?corso-gratuito-verniciatore-carrozzeria[1]
Con la delega al pagamento il danneggiato autorizza la compagnia assicurativa a liquidare il danno direttamente al carrozziere.
Quest’ultimo non diventa creditore, ma subentra in una posizione già concordata limitandosi all’incasso dell’importo definito senza poter eccepire nient’altro. In altre parole, il danneggiato autorizza l’assicurazione a pagare nelle mani del riparatore, il quale assume la veste di mero delegato a ricevere delle somme. Insomma, è un modo per semplificare i passaggi di denaro. La delega di pagamento è utilizzata prevalentemente nel caso di affidamento del veicolo a carrozzerie convenzionate o fiduciarie della compagnia assicurativa chiamata a pagare.

Infatti, in base ad accordi ANIA (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici), diverse polizze prevedono che in caso di sinistro stradale il mezzo debba essere riparato
da carrozzerie convenzionate sulla base di tariffe standard già pattuite con l’assicurazione stessa.

Diversa funzione ha invece la cessione del credito.
In questo caso vi è una sostituzione del soggetto legittimato a richiedere i danni.
In pratica, il danneggiato sottoscrive un atto con il quale cede il credito che egli vanta nei confronti della compagnia assicurativa, in ragione dell’incidente stradale in cui ha subito
danni materiali al veicolo.
In questi casi la carrozzeria diventa il titolare della pratica e procede direttamente alla richiesta danni, assumendosi, se lo riterrà opportuno, l’eventuale rischio della liquidazione, dato che all’atto della cessione del credito non è ancora possibile prevedere se e quanto l’assicurazione pagherà.
Il rischio può essere trasferito sia in modo condizionato all’effettivo recupero del credito (cessione pro solvendo)
che totalmente (cessione pro soluto) a seconda dell’accordo che si va a perfezionare.

Sottoscrivendo una cessione pro solvendo, il cedente garantisce sia l’esistenza che la solvibilità del credito e risponde dell’eventuale inadempienza del debitore. Nel caso in cui l’assicurazione non paghi, la carrozzeria avrà la possibilità di richiedere al proprietario del veicolo il risarcimento per il parziale o mancato pagamento da parte dell’assicurazione.
È questo il modello di gran lunga più applicato.

Viceversa, la cessione pro soluto prevede l’accollo totale del rischio in capo al riparatore, per il quale ci potrà essere anche un eventuale mancato risarcimento, dato che il cedente non garantisce l’adempimento del debitore, ma solo l’esistenza del credito.
Si deve rimarcare che in entrambi i casi il cedente deve garantire il nomen verum, cioè l’esistenza del credito, con la conseguenza che l’eventuale diniego del debitore per inesistenza del debito (si vedano i numerosi casi di diniego di responsabilità totale o parziale) graverà sul cedente.
Entrambi gli accordi possono essere sottoscritti senza il consenso della compagnia assicurativa che però deve per legge essere avvertita, tramite notifica, della stipula del contratto.

Nel caso di istruttoria già in corso, è consigliato provvedere tempestivamente alla notifica, in modo da evitare che l’assicurazione liquidi il danno al danneggiato e non al riparatore, nel frattempo divenuto titolare di un diritto all’incasso.

In conclusione, il vantaggio derivante dal ricor7784_20140325171154[1]so a questi istituti, se effettuato correttamente e con la dovuta attenzione, è quello di assegnare al riparatore sia gli oneri di riparazione che di gestione del sinistro, in una ottica di evidente semplificazione.

Va da sé che anche ricorrendo a questi strumenti bisogna prima verificare che ci siano tutti i presupposti risarcitori (chiarezza nelle attribuzioni di responsabilità e nella quantificazione del danno – esistenza del credito), poiché in caso di contestazioni sulla responsabilità del sinistro e sulla quantificazione dei danni il carrozziere potrebbe rivendicare direttamente dal danneggiato il pagamento della fattura.

Infatti, non va trascurato che il riparatore non è un operatore del diritto e che il suo compito è limitato alle consultazioni con il perito estimatore e alla notifica della cessione di credito unitamente alla fattura di riparazione. Egli non è chiamato alla soluzione di questioni di diritto, né potrebbe farlo, in ordine a responsabilità, contestazioni sulla quantificazione del danno, antieconomicità della riparazione ecc., tutte situazioni
in cui l’ausilio di un legale diventa imprescindibile.

Fonte ARAG

Chi risponde per i danni da investimento di fauna selvatica?

Nel percorrere con il proprio veicolo una strada statale, provinciale o comunale, può capitare di investire un animale selvatico che si è immesso improvvisamente sulla carreggiata o che, vittima di un investimento, giace sulla strada. Può anche capitare che per evitarlo si urti un’altra vettura, oppure si esca fuori strada.

 

In situazioni come queste si ha diritto a chiedere il risarcimento?
E a chi?
La risposta alla prima domanda è facile, in quanto chi rimane vittima di un fatto illecito, nel caso specifico un incidente per colpa di un animale selvatico, ha diritto al risarcimento.
La seconda domanda invece richiede una risposta più articolata.

Per individuare l’ente responsabile, la giurisprudenza ha specificato che “la Regione è responsabile ai sensi dell’art. 2043 c.c. per i danni provocati da animali selvatici a persone o cose, il cui risarcimento non sia previsto da norme specifiche ed anche in caso di delega di funzioni amministrative alle

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province […]” (Cass. Civ. n. 3384/2015). Infatti, anche se la legge 698/1977 considera la fauna selvatica patrimonio dello Stato, è altrettanto vero che l’art. 9 della legge 157/92 attribuisce alle Regioni le funzioni di programmazione e coordinamento in materia faunistica, nonché quelle di controllo e
protezione delle specie selvatiche. Le Regioni hanno inoltre il compito di adottare tutte le misure di competenza per evitare che la fauna selvatica provochi danni a cose o persone.
Come chiarito dalla Cassazione, la Pubblica Amministrazione ricopre una posizione di garanzia nei confronti degli utenti della strada che le impone la c.d. “responsabilità oggettiva”, che scatta anche se questa non ha alcuna colpa per l’evento. È escluso solo il caso in cui l’automobilista sia a sua volta colpevole del mancato rispetto delle regole di prudenza (Cass. sent. n. 11785/17).
Tuttavia, un’altra pronuncia della Cassazione (Cass. ord. n. 12944/15) stabilisce che la Regione può delegare alla Provincia il compito di gestire la fauna selvatica; e in tal caso a
risarcire sarà quest’ultima. Sarà dunque necessario valutare caso per caso la legislazione regionale in vigore e verificare quali poteri la Regione abbia delegato alle Province o agli
Enti Locali e se, a sua volta, l’ente delegato sia stato ragionevolmente messo in condizione di adempiere ai compiti affidatigli.

Una recente sentenza della Cassazione, invece, (sent. n. 22345/17) in merito ad un sinistro causato dall’impatto con un animale di grossa taglia in cui la domanda di risarcimento dell’automobilista si era incentrata sulla soluzione di continuità esistente tra le barriere laterali, aveva riconosciuto responsabile l’ente proprietario della strada, in ossequio al principio per cui, in tal caso, la responsabilità non può essere imputata all’ente che ha la custodia di animali selvatici, che di norma appartiene alle Regioni in base all’art. 2043 c.c.,. La sentenza di riferimento afferma, dunque, non competere agli enti responsabili per la custodia degli animali il “dover curare l’installazione di reti, fossi e guard-rail ai bordi delle strade, essendo tale obbligo proprio dell’ente proprietario
delle strade”. Compete pertanto all’ente proprietario di una strada rispondere dei danni recati all’automobilista qualora le caratteristiche dei luoghi in cui è avvenuto il sinistro
stradale gli impongano particolari cautele.
Per tutelare la circolazione, l’ente titolare della strada ha l’obbligo di garantire la sicurezza della viabilità a margine delle zone frequentate dalla selvaggina. Pertanto, dovrà predisporre idonea segnaletica in tutti quei tratti in cui sia possibile l’attraversamento di fauna selvatica o adottare adeguate tecniche di contenimento della selvaggina. In mancanza di tali precauzioni (ad esempio se tale segnaletica non viene posizionata), l’automobilista che abbia subito un danno da investimento di un animale selvatico, potrà chiedere il risarcimento all’ente competente.

Affinché la richiesta di risarcimento possa trovare accoglimento, il soggetto danneggiato deve dimostrare (ai sensi dell’articolo ex art. 2043 del Codice Civile) non solo l’esistenza
del danno, ma anche che il danno è derivato dall’investimento dell’animale selvatico e l’assenza della segnaleticao delle barriere di contenimento. Un’altra sentenza
della Cassazione (Cass. sent. n. 9276/14) afferma che per il risarcimento dei danni conseguenti ad incidenti stradali da animali selvatici è necessaria “l’individuazione di un concreto comportamento colposo ascrivibile all’ente pubblico”. Nessuna richiesta di risarcimento può quindi spettare se non emergono prove dell’addebitabilità del sinistro a comportamenti imputabili all’ente pubblico competente.

Per completare il quadro, nel caso in cui l’animale che abbia provocato l’incidente sia un animale domestico, la responsabilità ricade senza dubbio sul proprietario, in base al disposto all’art. 2052 del Codice civile, secondo cui “il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo che lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall’animale, sia che fosse in custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito”, con l’obbligo di provvedere al risarcimento dei danni da quest’ultimo eventualmente prodotti.
In caso di animali selvatici, invece, non è configurabile una posizione di custodia o di vigilanza dell’ente pubblico e dunque non opera nessuna presunzione di colpa. •

Articolo tratto da ARAG digital News

Il valore probatorio del modulo C.A.I nei sinistri Rc auto

Le dichiarazioni contenute e sottoscritte nel modulo C.A.I. non hanno valore probatorio nei sinistri Rc auto, ma sono soggette a libera valutazione del giudice

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Una delle questioni più dibattute relative ai sinistri Rc auto, è il valore probatorio da attribuire al modulo C.A.I (o C.I.D) recante la sottoscrizione dei conducenti coinvolti nell’incidente. La legge disciplina il caso ponendo una presunzione semplice di colpa a carico di chi ammette la propria responsabilità nel sinistro, sottoscrivendo una dichiarazione (o meglio, una confessione).

Una norma contenuta nel Codice delle Assicurazioni Private stabilisce che “Quando il modulo sia firmato congiuntamente da entrambi i conducenti coinvolti nel sinistro si presume, salvo prova contraria da parte dell’impresa di assicurazione, che il sinistro si sia verificato nelle circostanze, con le modalità e con le conseguenze risultanti dal modulo stesso”.

Le dichiarazioni rese e sottoscritte nel documento rappresentano una confessione stragiudiziale resa dal conducente responsabile (o dai conducenti responsabili, nel caso di sinistri Rc auto che coinvolgano più veicoli o nel caso di corresponsabilità negli incidenti fra due veicoli) che tuttavia, come la stessa legge ammette, possono essere messe in discussione qualora emergano elementi di contrasto. La norma che stabilisce il valore probatorio del modulo C.A.I introduce una presunzione semplice di colpa a carico del soggetto sottoscrivente, ma considerando che tale soggetto è diverso dall’assicuratore, nel tempo si sono susseguite diverse pronunce volte a stabilire l’effettivo ambito di operatività della disposizione.

Inizialmente la giurisprudenza ha affermato che la presunzione di responsabilità opera solo quando il modulo C.A.I. venga utilizzato dal danneggiato prima dell’instaurazione del giudizio. Nel caso opposto, ossia quando il C.A.I viene utilizzato nel corso del giudizio, “trattandosi di dichiarazioni rese da un soggetto diverso dall’assicuratore, sono liberamente apprezzabili dal giudice allo stesso modo delle dichiarazioni confessorie rese da un terzo”.

La pronuncia più interessante e recente sul tema, è contenuta però in un’ordinanza della Corte di Cassazione Civile, nella quale i giudici hanno espresso un principio di diritto sul valore probatorio del modulo C.A.I. nei sinistri Rc auto.

I giudici dalla Cassazione hanno in qualche modo svuotato di significato la presunzione semplice che stabilisce la responsabilità del sottoscrivente fino a prova contraria, affermando che la confessione resa nel C.I.D. dal responsabile del sinistro e proprietario del veicolo non ha valore di piena prova nemmeno nei suoi confronti ma è soggetta in ogni caso alla libera valutazione del giudice [3], trovando applicazione in questi casi quanto disposto per la confessione nel litisconsorzio necessario [4]. In sintesi, il giudice di merito può liberamente valutare il valore probatorio da attribuire alla dichiarazioni contenute nel modulo C.A.I, in particolare confrontando la confessione stragiudiziale con altri elementi probatori, quali le testimonianze, il verbale eventualmente redatto dalle Autorità, le registrazioni della scatola nera, le valutazioni tecniche formulate dai periti d’ufficio e di parte e il materiale audio-video a disposizione.

Tratto da: www.laleggepertutti.it

 

Incidenti: se la riparazione dell’auto è antieconomica, il risarcimento è ridotto

Se la riparazione dell’auto che ha subito un sinistro costa più del suo valore, il giudice riconoscerà al danneggiato un risarcimento pari al valore residuo del veicolo, ma non al costo delle riparazioni.   

 

Se la riparazione di un veicolo, coinvolto in un sinistro stradale, ha un costo superiore al suo valore di mercato, il proprietario dell’auto, in sede di risarcimento del danno, otterrà una somma pari al solo valore di mercato del veicolo.

 

Lo ha stabilito la Cassazione con una recente ordinanza [1]. Condannare il danneggiante al pagamento di una somma superiore al valore di mercato del mezzo rappresenta, secondo la Corte, una sanzione eccessivamente gravosaper l’assicurazione. In tali circostanze, allora, il giudice può riconoscere al danneggiato un risarcimento pari al valore di mercato del veicolo, ripristinando le proporzioni tra il danno subito e il giusto ristoro [2].

 

Sulla scorta di tali considerazioni, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso di un uomo la cui auto era stata rottamata a seguito di un tamponamento, e il cui risarcimento era stato fissato in circa 2.000 euro, corrispondente al valore commerciale del veicolo. Vista la notevole differenza tra il valore commerciale del mezzo incidentato e il costo delle riparazioni necessarie, il giudice ha condannato il danneggiante al risarcimento di una somma equivalente al valore di mercato del bene.

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[1] Cass. ord. n. 24718 del 4.11.2013.

[2] Art. 2058 cod. civ., co. 2: “ […] il giudice può disporre che il risarcimento avvenga solo per equivalente , se la reintegrazione in forma specifica risulta eccessivamente onerosa per il debitore”.

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