Ancora alto il numero di vittime della Strada in Italia

Preoccupano i dati italiani sulle vittime della strada pubblicati dalla Commissione Europea, che mettono in guardia sulla sicurezza delle strade della Penisola. Le rilevazioni dicono che i morti nel 2018 sono stati 55 per ogni milione di abitanti, un numero superiore rispetto ai 49 della media europea.

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Il dato registrato in Italia è nettamente più alto di quello calcolato per i Paesi giudicati dall’indagine più sicuri, visto che le vittime di Regno Unito, Danimarca, Irlanda, Svezia e Spagna sono state rispettivamente 28, 30, 31, 32 e 39. Fanno peggio dell’Italia 11 dei 28 Paesi europei, con la maglia nera che va alla Romania (96 decessi per milione di abitanti) e alla Bulgaria (88).

Pene più severe per chi causa un sinistro

Da quasi tre anni è entrato in vigore in Italia il reato di omicidio stradale, che prevede fino a 15 anni di reclusione per i guidatori che provocano il ferimento o la morte di una o più persone. Il provvedimento mira a colpire soprattutto chi guida in stato di ebrezza o sotto l’effetto di stupefacenti, mentre per chi fugge dopo il sinistro gli anni di carcere possono salire fino a 18. A seguito di omicidio la patente viene revocata per un periodo minimo di 15 anni (30 anni se il colpevole si è dato alla fuga), che si riduce a 5 anni se il colpevole al volante del mezzo è accusato di lesioni.

Incidenti e smartphone

Ancora alto il numero di vittime della strada in Italia

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la distrazione al volante causa più di un milione di morti l’anno. Il cellulare alla guida resta uno dei comportamenti più pericolosi e dannosi per la sicurezza sulle strade, tanto che l’attuale Governo sta pensando di inasprire ulteriormente le sanzioni attraverso una modifica all’articolo 173 del Codice della Strada, già presentata nel 2017. Il provvedimento al vaglio prevede il ritiro immediato della patente fino a tre mesi già la prima volta che si viene sorpresi alla guida con lo smartphone, oltre a una multa compresa tra i 322 e i 1.294 euro.

A oggi chi usa impropriamente il cellulare rischia una multa che va dai 160 ai 646 euro e la decurtazione di 5 punti dalla patente; la sospensione della patente viene applicata solo in casi di recidiva, a chi trasgredisce due volte durante un biennio.

Cellulare alla guida e RC Auto

L’utilizzo del telefono potrebbe infatti rientrare tra le clausole di rivalsa della polizza assicurativa. In caso di sinistro, l’assicurato dovrà ripagare alla compagnia la somma che questa ha già versato a chi è stato danneggiato, un importo che potrebbe essere anche molto elevato.

Articolo tratto da segugio.it

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Risarcimento incidente stradale: tempi

Quando e come fare richiesta dell’indennizzo, cosa viene pagato ed entro quando arrivano i soldi.

Hai fatto un incidente in macchina per colpa di un altro. Lui ha ammesso la sua colpa e stai aspettando che l’assicurazione ti dia i soldi che, per ora, non sono arrivati. Ti starai chiedendo quali sono i tempi per il risarcimento da incidente stradale. E che cosa ti deve risarcire la compagnia, visto che non si deve considerare soltanto il danno all’auto ma anche quello che tu hai riportato, sia da un punto di vista fisico sia da quello psicologico e patrimoniale.incidente-stradale-640x358

Come potrai intuire, quando si verifica un incidente stradale, e sempre se le condizioni della persona coinvolta lo consentono, occorre farne denuncia il più presto possibile alla propria compagnia di assicurazioni per iscritto. Il modo più comune è quello di compilare la constatazione amichevole, il cosiddetto modello Cai, firmato da entrambe le parti. L’assicurazione, a questo punto, deve provvedere al risarcimento dei danni all’assicurato per conto della compagnia di chi ha avuto la colpa del sinistro.

Il problema è sempre il solito: quando arrivano i soldi? Cioè, il risarcimento per un incidente stradale ha dei tempi lunghi? Dipende da come sono andate le cose, dall’entità del danno e dal fatto che l’assicurato accetti o meno la proposta di risarcimento avanzata dalla compagnia.

Chi rifiuta la proposta, di solito, lo fa perché non la ritiene congrua rispetto al danno subìto. Si rende conto, insomma, che la compagnia si è limitata al preventivo del carrozziere e alla fattura del centro sanitario in cui si è fatto curare. Ma non ha valutato, ad esempio, la perdita di reddito che deriva dal fatto di essere stato costretto ad assentarsi dal lavoro per un certo periodo di tempo. E nemmeno del danno psicologico che suppone un incidente stradale: la paura di rimettersi al volante, l’imbarazzo di uscire di casa con una cicatrice vistosa sul volto, il senso di rabbia e di ingiustizia per dover deambulare in qualche modo a causa delle ferite riportate e per non poter fare una vita normale. Chi paga tutto questo? Come si stabilisce il risarcimento per incidente stradale quando si hanno queste conseguenze?

Risarcimento incidente: che cosa si paga?
Quando si fa un incidente stradale si possono subire dei danni diversi. Da quello patrimoniale, che tocca la sfera economica e materiale della vittima, a quello non patrimoniale, che interessa la parte biologica, cioè la salute, e quella morale ed esistenziale. Quale deve essere il risarcimento per ciascuno di questi danni?

Risarcimento del danno patrimoniale
Come appena detto, il danno patrimoniale causato da un incidente stradale è quello che interessa la sfera materiale ed economica della vittima. E non si tratta solo di quello che ti chiederà il carrozziere per sistemarti l’auto (sempre che convenga) o alle spese mediche che devi sostenere per guarire dalle lesioni riportate, il cosiddetto «danno emergente». Pensa, ad esempio, al rappresentante di commercio che deve rinunciare alla macchina per un periodo di tempo o che, per fare il suo lavoro, deve spendere dei soldi per noleggiarne una. È quello che si chiama «lucro cessante».

Che cosa deve comprendere il risarcimento del danno patrimoniale? La giurisprudenza dice che bisogna considerare:

il fermo tecnico o il noleggio dell’auto ;
il mancato utilizzo della macchina per il periodo necessario alla riparazione valutato rispetto al costo del noleggio dell’auto sostitutiva ;
il fatto che il danno da fermo possa essere risarcito in modo equitativo  anche senza prova specifica: basta che la vittima dell’incidente sia stata privata della possibilità di usare la sua auto a prescindere dall’utilizzo che ne faceva, poiché deve comunque pagare bollo e assicurazione anche se la deve tenere in un deposito.
Il danno patrimoniale prevede anche l’Iva anche se l’auto non viene sistemata, a meno che la persona danneggiata abbia diritto al rimborso o alla detrazione dell’imposta versata.

Ma come si calcola il danno patrimoniale quando chi fa un incidente stradale resta impossibilitato a lavorare e, quindi, a produrre reddito? Secondo il Codice delle assicurazioni , bisogna considerare le conseguenze dell’inabilità temporanea o dell’invalidità permanente sul reddito di lavoro in questo modo:

per il lavoratore dipendente: reddito di lavoro più elevato degli ultimi tre anni maggiorato di quelli esenti e al lordo delle detrazioni e delle ritenute;
per il lavoratore autonomo: reddito netto più elevato degli ultimi tre anni (così come riportato nella dichiarazione dei redditi.
Risarcimento del danno non patrimoniale
Il risarcimento da incidente stradale non consiste solo in un rimborso di soldi per il costo della sistemazione dell’auto o della mancata possibilità di fare reddito a causa di un’inabilità o di un’invalidità. Esiste anche il danno non patrimoniale che può essere biologico o morale, cioè legato alla sofferenza fisica o a quella psicologica.

Il danno biologico
Quando si verifica un incidente stradale, il danno biologico deve intendersi come quello che il sinistro provoca a livello psico-fisico ed accertabile da un medico legale. Prevede, dunque, un risarcimento quando il danno è stato causato da un’altra persona in quanto il diritto alla salute è protetto dal nostro ordinamento. Va distinto, secondo la Cassazione, dalla lesione psicologica e può essere risarcito anche da un giudice .

Ci sono due parametri da tenere in considerazione per il risarcimento del danno biologico da incidente stradale:

l’inabilità temporanea, cioè il periodo in cui, come conseguenza del sinistro, la persona lesa non può lavorare del tutto o in parte e, quindi, produrre normale reddito. L’inabilità è totale (ITT) se c’è assoluta impossibilità di svolgere la propria attività, parziale se la possibilità di lavorare è limitata (ITP al 50%) e minima (ITM al 25-30%) se la capacità lavorativa è quasi totale;
l’invalidità permanente, cioè il danno non guaribile che va risarcito in base al grado di invalidità procurato dall’incidente tenendo conto dei danni fisici e psichici.
Tieni conto che l’inabilità temporanea non viene risarcita se durante il periodo interessato hai percepito l’intera retribuzione da parte del tuo datore di lavoro: significa, infatti, che il tuo reddito non è diminuito pur non potendo esercitare l’attività al 100% , a meno che ti abbia riportato altri danni economici .

Danno morale ed esistenziale
Il danno morale da incidente stradale è quello subìto a livello emotivo dalla vittima, mentre quello esistenziale è quello che pregiudica la vita sociale della persona ferita. Nel primo caso, si può pensare alle conseguenze della paura di avere visto la morte in faccia o di non poter più lavorare. Nel secondo caso, si può pensare ad una vistosa menomazione o segno dell’incidente che portano la vittima a cambiare le proprie abitudini, come può essere rimanere con il volto sfigurato.

Il risarcimento del danno morale deve tenere conto dell’entità della sofferenza, quindi viene valutato caso per caso, ma non deve andare oltre i due terzi del valore del risarcimento per il danno biologico.

Il danno esistenziale, invece, vengono risarcite le situazioni tutelate dalla Costituzione, diverse da quelle che rientrano nel danno biologico, lese dalla condotta di chi ha provocato l’incidente oltre la soglia di tollerabilità riconosciuta dalle regole di civile convivenza.

Risarcimento incidente: entro quando va chiesto?
Puoi effettuare la richiesta per il risarcimento da incidente stradale entro due anni dal sinistro. Questo, infatti, è il termine di prescrizione. Che, però, può essere interrotta con una tua lettera di diffida all’assicurazione in cui rinnovi la richiesta di indennizzo. In questo caso, la prescrizione si interrompe e ricomincia da capo dalla data in cui è stata ricevuta la lettera.

Risarcimento incidente: quando arrivano i soldi?
Se accetti la somma offerta dall’assicurazione, i tempi per il risarcimento da incidente stradale sono di 15 giorni dalla data in cui è stata fatta la comunicazione. Se, invece, non accetti quella somma, la compagnia la paga lo stesso entro 15 giorni. Puoi trattenere quei soldi come acconto su un eventuale saldo a tuo favore.

In quest’ultimo caso, hai la possibilità di avviare una causa in tribunale contro la compagnia di assicurazione dopo 60 giorni dalla data di richiesta del risarcimento con lettera raccomandata a/r oppure entro 90 giorni se ci sono dei danni alla persona.

Il risarcimento diretto, però, non viene applicato se:

nell’incidente sono rimasti coinvolti più di due veicoli (pensa, ad esempio, ad un tamponamento a catena);
nell’incidente sono rimasti coinvolte delle vetture immatricolate all’estero;
il risarcimento riguarda il danno subìto da una terza persona trasportata (sarà lei a presentare la richiesta di risarcimento alla compagnia del veicolo sul quale era a bordo al momento dell’incidente).
Se la richiesta di risarcimento da incidente stradale viene avanzata alla compagnia dell’altro veicolo coinvolto nel sinistro, i tempi sono più lunghi, cioè:

60 giorni dalla data in cui si riceve la documentazione riguardante l’incidente se di cono stati solo dei danni materiali, oppure 30 giorni se il modulo di denuncia è stato firmato da tutti gli automobilisti coinvolti;
90 giorni dalla data in cui si riceve la documentazione per incidenti con danni alle persone oppure che abbiano provocato un decesso.
Se la documentazione non è completa, la compagnia chiede le dovute integrazioni entro 30 giorni dalla data in cui ha ricevuto i primi documenti. A questo punto, i tempi elencati sopra ripartono da capo.

tratto da laleggepertutti.it

Incidente stradale con lesioni, come procedere?

Piccole lesioni e colpo di frusta: se il danno biologico è fino a 9 punti si può ottenere il risarcimento più facilmente.

Diventa più facile ottenere il risarcimento a seguito di un incidente stradale con microlesioni, quelle, cioè, che abbiano comportato, per il conducente o il passeggero, un danno biologico fino a 9 punti di invalidità (tipico è il colpo di frusta): infatti la giurisprudenza della Cassazione ha superato il rigoroso indirizzo che richiedeva, ai fini dell’indennizzo assicurativo, una diagnosi strumentale (ad esempio una tac, una risonanza magnetica, i raggi, ecc.). Secondo un più recente orientamento [1] è ugualmente possibile ottenere il risarcimento delle lesioni subite a seguito di incidente stradale purché vi sia un accertamento del medico. Sarà poi quest’ultimo, secondo la propria discrezionalità, a valutare se sia necessario o meno procedere anche con l’esame diagnostico; ma è ben possibile che il professionista accerti la lesione e ritenga sussistente il danno anche senza bisogno di un supporto strumentale.

C’è quindi un deciso cambio di rotta per il caso di incidente stradale con lesioni, o meglio con microlesioni. In questi casi, infatti, per procedere alla richiesta del richiesta del risarcimento per danni lievi come il colpo di frusta bisognerà solo recarsi al pronto soccorso e chiedere la visita specialistica e il referto medico. Anche solo con quest’ultimo certificato – senza doversi sottoporsi a raggi o altri esami “visivi” – sarà possibile poi recarsi all’assicurazione e chiedere l’indennizzo. La pratica assicurativa, come noto, potrà anche essere svolta da un avvocato il quale viene poi pagato direttamente dalla compagnia e non dal danneggiato.

Tornando al problema del colpo di frusta e a tutte le microlesioni per scontri tra autoveicoli, nel 2012 la legge [2] ha tentato di contenere le facili richieste di indennizzo per tutte quelle lesioni che non siano certe o individuabili con diagnosi strumentali (si pensi alle lesioni con una invalidità dell’1 o del 2%, spesso frutto di intenti speculativi ai danni delle assicurazioni): la norma consente la risarcibilità solo per quelle lesioni provate con raggi, tac, risonanze, ecc.

In particolare, la nuova legge ha stabilito che il danno permanente possa essere risarcito solo in presenza di un «accertamento clinico strumentale obiettivo», quando cioè il medico legale, al quale è demandato questo tipo di indagine conoscitiva, possa rilevare da un referto per immagini (come una radiografia o una risonanza magnetica) l’effettiva lesione.

Anche la Corte Costituzionale ha sposato un’interpretazione più restrittiva [3] affermando che per «accertamento clinico strumentale obiettivo» si intende la presenza di un documento diagnostico «per immagini». È quest’ultimo – stando dunque a una interpretazione letterale della norma – l’unica condizione per il risarcimento del danno biologico permanente di lieve entità. Resta ovviamente la possibilità di ottenere comunque il risarcimento per tutti gli altri danni dimostrabili documentalmente come, ad esempio, quelli all’autovettura, i giorni persi di lavoro, ecc.

Ora però la Cassazione sposa un’interpretazione meno restrittiva e più favorevole agli automobilisti, stabilendo la non obbligatorietà delle radiografie per il risarcimento del danno da microlesioni provocate da incidente stradale. L’accertamento diagnostico, in particolare, è una scelta che fa il medico che visita il danneggiato: sicuramente la sua capacità professionale è in grado di accertare un danno anche con strumenti diversi dai soli referti per immagini.

Del resto, il danno, per quanto minimo, provoca sempre un disagio nella vittima, disagio che comunque va risarcito. Quindi le microlesioni possono essere indennizzate anche quando il loro accertamento si basi solo sulla sofferenza soggettiva raccontata al medico legale dalla vittima.

Dunque, da oggi in poi, chi è stato coinvolto in un tamponamento o in un altro scontro tra auto e, da questo, ha riportato sì delle lesioni fisiche, ma queste sono minime e non visibili oggettivamente (ossia non ci sono fratture, escoriazioni, contusioni, ecc.), potrà ottenere il risarcimento dall’assicurazione anche solo a seguito delle lamentate sofferenze “soggettive” (spossatezza, conati di vomito e nausea, rigidità muscolare, difficoltà a camminare), purché il suo patimento sia stato comunque accertato dal medico.

Articolo tratto da laleggepertutti.it

Concorso di colpa per Incidente Stradale

La corresponsabilità per un sinistro stradale non è la regola. Spetta al giudice motivare e stabilire chi è stato il conducente esclusivamente responsabile. Può esserci corresponsabilità anche di fronte ad una mancata precedenza.

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Siete stati vittima di un incidente stradale. Siete scesi dalla vostra vettura e avete verificato di aver subito dei danni. Purtroppo il successivo scambio delle generalità, con il conducente dell’altro veicolo, non ha portato ad alcuna constatazione amichevole: in sostanza non c’è stato alcun accordo sulla responsabilità del sinistro e siete entrambi convinti di aver ragione, almeno parzialmente. Ed allora, in un caso come quello descritto c’è un concorso di colpa? In particolare, nell’ipotesi di concorso di colpa per un incidente stradale, il risarcimento viene ridotto? È possibile vincere la presunzione di concorso di colpa per un incidente stradale? Cerchiamo in quest’articolo di rispondere alle predette domande.

Concorso di colpa: il significato

Nell’ipotesi di un incidente stradale si parla di concorso di colpa perché, sostanzialmente, è la legge a prevederlo. Quest’ultima [1], infatti, esplicitamente afferma che …nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli… Pertanto, la disposizione normativa appena richiamata stabilisce che, in un sinistro tra due veicoli è possibile, per non dire probabile, che entrambi i conducenti abbiano in qualche modo contribuito alla provocazione dello stesso. Ragion per cui, se effettivamente emerge un concorso di colpa per un incidente stradale, il risarcimento dei danni subiti, sarà inevitabilmente ridotto in proporzione al grado di responsabilità nel sinistro determinato. Detto ciò, la regola di principio anzidetta, vale a prescindere da qualsivoglia altra considerazione? Per la precisione, il concorso di colpa è il punto di inizio da cui deve partire il giudice per stabilire la responsabilità ed il conseguente ammontare del risarcimento oppure deve essere un principio di natura secondaria?

Concorso di colpa: la Cassazione

Abbiamo visto che il concorso di colpa per un incidente stradale è previsto dalla legge, ma, come sempre avviene, le leggi vanno interpretate ed applicate. Pertanto, anche in questo caso, la Suprema Corte di Cassazione ha dato il suo importante contributo, specificando il valore del principio del concorso di colpa e precisando come, rispetto allo stesso, il giudice investito della causa debba procedere nella valutazione delle prove raccolte. Ebbene, gli Ermellini, con una recente ordinanza [2] ed a conferma di quanto già espresso in passato, hanno affermato che la regola del concorso di colpa deve avere un valore sussidiario: essa, cioè, va applicata soltanto qualora sia impossibile accertare il grado di colpa di ciascuno dei conducenti coinvolti nell’incidente. Il giudice della causa, pertanto, deve valutare le prove raccolte (ad esempio, le testimonianze) e, solo dopo un’attenta disamina delle stesse, potrà concludere che non è stato possibile stabilire l’esclusiva responsabilità a carico di uno dei conducenti, motivando adeguatamente la propria conclusione.

Concorso di colpa per mancata precedenza

Se è accaduto un incidente tra due veicoli e, uno degli stessi, non ha concesso la dovuta precedenza, sembrerebbe automatico escludere il concorso di colpa. In questo caso, infatti, apparirebbe evidente la violazione a carico del conducente incriminato e l’imprudenza commessa: ma è sempre e comunque così? Sembrerebbe proprio di no. La stessa Cassazione poc’anzi citata ha infatti chiarito che è necessario valutare il comportamento di entrambi i conducenti, compreso quello che aveva la precedenza: non è detto, infatti, che quest’ultimo non abbia a sua volta violato le norme sulla circolazione stradale. Pertanto, anche di fronte alla mancata precedenza, dalle prove raccolte (testimonianze in primo luogo) potrebbe emergere un’imprudenza ed una parziale corresponsabilità anche dell’altro conducente. In questo caso emergerebbe, quindi, una colpa concorrente tra i soggetti coinvolti nell’incidente, con inevitabile e proporzionale ripercussione sull’ammontare del risarcimento (ad esempio, nel caso affrontato dalla Cassazione anzi detta, è stato ravvisato dal giudice di primo grado, un concorso di colpa della parte non principalmente responsabile, nella misura del 10%).

Articolo tratto da Laleggepertutti.it

 

Revisione auto: importanti novità a partire dal 20 maggio

Cambiano le regole per la revisione:

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Novità in arrivo sul fronte della revisione auto. La norma vigente è stata evidentemente considerata inadeguata dall’Unione europea che ha introdotto alcune innovazioni con la direttiva 2014/2015.

Ci è voluto un po’ ma il ministero dei Trasporti attraverso un decreto ha recepito la normativa e così dal prossimo 20 maggio cambieranno molte cose.

La novità principiale riguarda il rilascio di un certificato di revisione, un documento più ampio che conterrà il verbale di controllo con tutti i risultati dei test. Il nuovo attestato riporterà: il numero di targa e di telaio, il luogo e la data della verifica tecnica, i numeri del contachilometri, la categoria del veicolo, il nome del centro che ha effettuato la verifica, e la data entro la quale dovrà essere effettuata la prossima revisione, saranno anche elencate le carenze individuate e il loro livello: lievi, gravi e pericolose. Resta comunque l’adesivo di conferma applicato sul libretto di circolazione.

A catturare l’attenzione è sicuramente la parte riguardante il conteggio dei chilometri, uno dei temi più forti quando si parla di compravendita di auto usate. È risaputa la consuetudine (anche se è più giusto parlare di vera e propria truffa) di manomettere il contachilometri delle auto usate per “ringiovanirle” e venderle a un prezzo più alto.

Si era già provato a fare qualcosa in proposito, come voleva una circolare del 2010 il dato doveva essere comunicato alla Motorizzazione Civile che lo custodiva nel proprio sistema informatico. È ovviamente consultabile pubblicamente ma non tutti ne sono al corrente, dal 20 maggio in poi invece il dato sarà presente e facilmente consultabile dal compratore perché sarà inserito in questo certificato di revisione che accompagnerà il veicolo. Forse non sarà sufficiente a debellare il fenomeno ma è comunque un passo avanti e una garanzia in più.

Restano invariati i costi e le tempistiche delle revisioni: la prima dopo quattro anni dall’immatricolazione, entro la fine del mese in cui è stata targata l’auto, le successive entro due anni dalla revisione precedente, entro la fine del mese in cui era stata effettuata. I costi: 66,88 euro nei centri revisione, 45 euro, negli uffici provinciali della Motorizzazione civile.

Articolo tratto da Facile.it

 

 

Fondo Vittime della Strada in perdita: rincari sulle aliquote

Brutte Notizie per gli automobilisti onesti, cioè quelli che pagano regolarmente l’assicurazione: dal 2019 potrebbe aumentare l’aliquota per il Fondo Vittime della Strada, attualmente ferma al 2,5%, che verrebbe portata al 4% facendo inevitabilmente salire i premi RC auto. Una vera e propria beffa proprio adesso che sono in arrivo gli sconti obbligatori sulle tariffe.

 

Com’è noto, il Fondo Vittime della Strada, gestito dalla Consap – Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici, serve a risarcire i danni causati da un veicolo non assicurato oppure non identificato (ci sono poi altri casi ma meno comuni). Il Fondo si alimenta col prelievo di un’aliquota del 2,5% sui premi di tutte le polizze RC auto: in pratica gli automobilisti onesti si accollano le colpe di quelli disonesti.

Il problema è che questo 2,5% non basta più a coprire tutti i risarcimenti del Fondo, che ammontano a circa 300-400 milioni di euro all’anno. Del resto se le stime calcolano in un vergognoso 12% il numero di veicoli che circolano senza assicurazione obbligatoria, si fa presto a tirare le dovute somme. Per questo la Consap ha chiesto l’aumento dell’aliquota al 4% e adesso la palla passa al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che è chiamato a decidere quanto prima. Ricordiamo che sono dieci anni che l’aliquota è ferma al 2,5%.

Se il MEF dovesse dare il via libera all’aumento dal 2,5 al 4% nel 2019, il rincaro per ogni assicurato risulterebbe di proporzioni variabili. Chi paga un premio medio annuo RC auto di circa 500 euro, come in Lombardia o Piemonte, vedrebbe aumentarsi l’importo di 8 euro, più o meno. Una cifra tutto sommato accettabile. Ma per chi sborsa 1000 euro, come in alcune province della Campania, l’aggravio sarebbe di 35 euro. Decisamente meno tollerabile.

Intanto le associazioni dei consumatori sono già sul piede di guerra e annunciano importanti azioni di protesta qualora dovesse passare l’aumento dell’aliquota. In particolare la Rete Consumatori Italia-Assoutenti chiede di non scaricare ulteriori costi su coloro che hanno l’unica colpa di pagare l’assicurazione regolarmente, introducendo invece misure più severe per i furbetti, a cominciare dalla confisca della targa del veicolo.

Articolo tratto a Facile.it

 

Incidenti: con l’indennità di accompagnamento si è risarciti di meno

Danno da lesione: se il danneggiato gode dell’indennità di accompagnamento e dell’assistenza domiciliare, l’assicurazione versa un risarcimento ridotto.

 Incidenti: con l’indennità di accompagnamento si è risarciti di meno

La vita è stata dura con chi ha l’indennità di accompagnamento a causa di una invalidità al 100%, ma l’assicurazione può esserlo ancora di più: infatti, in caso di incidente stradale, la vittima ha diritto a un risarcimento ridotto. Questo perché l’indennizzo non può tenere conto degli oneri economici per l’assistenza all’infortunato, posto che questi già gode dell’indennità di accompagnamento per via, appunto, di una pregressa patologia; ed a maggior ragione se la legislazione regionale assicura l’assistenza domiciliare. Come dire, insomma, che i danni devono essere effettivi e ben dimostrati.

Non si può quindi liquidare, al danneggiato da un incidente stradale, l’assistenza domiciliare se questi già ne usufruisce: tale spesa, infatti, non sarà mai da lui sostenuta. Niente danno emergente, dunque, ossia il ristoro della spesa consistente nella necessità di dover retribuire una persona che garantisca l’assistenza personale ad un soggetto invalido.

Inoltre dal danno patrimoniale futuro deve essere detratta l’indennità di accompagnamento di cui lo sfortunato invalido è già beneficiario. La Cassazione precisa che non possono essere riconosciute al danneggiato spese passate se non dimostra, anche attraverso presunzioni semplici, di averle sostenute.

Nel caso di liquidazione di un danno permanente, quale quello relativo al costo annuo di assistenza domiciliare, il procedimento corretto è il seguente:

– sommare e rivalutare, avuto riguardo al momento della liquidazione, le spese già sostenute;

– capitalizzare, al momento della liquidazione, le spese che dovranno ragionevolmente essere sostenute in futuro.

A parte la possibilità di ottenere una rendita, si può:

– moltiplicare il danno annuo per il numero di anni per cui verrà sopportato, e poi abbattere il risultato in base ad un coefficiente di anticipazione;

– moltiplicare il danno annuo per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie (cosiddetto metodo della capitalizzazione).

LA SENTENZA

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 18 gennaio – 20 aprile 2016, n. 7774
Presidente Ambrosio – Relatore Rossetti

Svolgimento del processo

1. Il (…), a (omissis) , si verificò un sinistro stradale che coinvolse il motociclo Kawasaki 2750, condotto da L.N.A.A.M. , e il furgone Fiat Iveco condotto da N.F. , di proprietà della società Clear Channel s.r.l. (che in seguito muterà ragione sociale in Clear Channel s.p.a.; d’ora innanzi, per brevità, “la Clear Channel”), ed assicurato contro i rischi della responsabilità civile dalla società Zurich.
In conseguenza del sinistro L.N.A.A.M. patì gravissime lesioni personali.
2. Con ricorso depositato l’11.11.2008 L.N.A.A.M. ed i suoi familiari (ovvero la moglie So.El.Ti. ed il figlio L.N.T. , quest’ultimo minorenne all’epoca dei fatti, e rappresentato ex art. 320 c.c. dai genitori) convennero dinanzi al Tribunale di Milano N.F. , la Clear Channel e la Zurich, assumendo che il sinistro andasse ascritto a colpa di N.F. , e chiedendo la condanna di tutti i convenuti in solido al risarcimento dei danni rispettivamente patiti.
3. Con sentenza 19.12.2012 n. 14313 il Tribunale di Milano accolse parzialmente la domanda, attribuendo alla vittima il 50 % di responsabilità.
4. La sentenza venne appellata in via

principale dagli originari attori, ed in via incidentale dalla Zurich. La Corte d’appello di Milano, con sentenza pubblicata il 28.11.2013 n. 4152: -) tenne ferme le statuizioni sull’an debeatur; -) accordò alla vittima una più cospicua liquidazione del danno per spese mediche e di assistenza futura, per acquisto di macchinari terapeutici, per l’acquisto d’una automobile adatta alle sue condizioni, e per la ristrutturazione dell’abitazione. 5. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione: -) in via principale dalla Zurich, con ricorso fondato su cinque motivi; -) in via incidentale dalla Clear Channel, con ricorso fondato su sette motivi. L.N.A.A.M. ha resistito con controricorso ai ricorsi principale ed incidentale. La Zurich ha resistito con controricorso al controricorso incidentale proposto dalla Clear Channel. Le medesime parti hanno altresì depositato memoria ex art. 378 c.p.c.. Motivi della decisione 1. Il primo motivo di ricorso principale (Zurich). 1.1. Col primo motivo di ricorso la Zurich lamenta il vizio di nullità processuale, ai sensi dell’art. 360, n. 4, c.p.c.. Deduce, al riguardo, che la sentenza d’appello è stata pronunciata, nelle forme del rito del lavoro e dunque mediante lettura del dispositivo, all’udienza del13.11.2013. Nondimeno, a pag. 11 della medesima sentenza si afferma che “la causa è stata decisa nella camera di consiglio del 12.11.2013”, ed analoga affermazione si legge alla successiva p. 23. La sentenza, dunque, secondo la ricorrente è nulla, perché deliberata il giorno prima di quello stabilito per la decisione. 1.2. Il motivo è infondato. La sentenza impugnata, pronunciata il 13 novembre, reca in calce effettivamente l’affermazione “cosi deciso in Milano il 12 novembre“. Tale circostanza, tuttavia, in sé e per sé non consente a questa Corte di stabilire se davvero quella decisione fu collegialmente adottata prima del termine stabilito, ovvero se l’indicazione d’una data scorretta sia mero frutto di un lapsus calami. Ed in mancanza di tale certezza, non può ritenersi dimostrata la violazione dell’orda processus, e quindi la nullità invocata dalla ricorrente. Né costituirebbe causa di nullità la circostanza che il magistrato estensore, il giorno prima di quello stabilito per la decisione, abbia predisposto una bozza della sentenza che sarebbe stato chiamato ad adottare. Tale eventualità, come già ritenuto da questa Corte, non determina infatti alcuna nullità e non costituisce comportamento lesivo del diritto di difesa delle parti, dal momento che quella bozza non avrebbe altro valoreche quello d’una mera ipotesi di decisione, da sottoporre comunque alla discussione in carriera di consiglio, e sempre modificabile alla luce delle argomentazioni svolte dalle parti, sino alla sottoscrizione del dispositivo (così Sez. 3, Sentenza n. 39 del 03/01/2014, Rv. 629505). 2. Il secondo motivo del ricorso principale (Zurich). 2.1. Il secondo motivo del ricorso proposto dalla società Zurich, pur formalmente unitario, contiene in realtà cinque censure, ciascuna delle quali a sua volta articolata in più profili. Per chiarezza d’esposizione esse saranno esaminate analiticamente, indicando ciascuna censura con la medesima lettera utilizzata dalla Zurich per contraddistinguerle nel proprio ricorso. 2.2. (A) prima censura del 2 motivo di ricorso Zurich (spese di assistenza). Con la censura sub (A), di cui alle pp. 35-46 del ricorso, la Zurich lamenta sia il vizio di violazione di legge, sia il vizio di omesso esame d’un fatto decisivo e controverso, di cui all’art. 360, n. 5, c.p.c.. Espone che la Corte d’appello, accogliendo il gravame di L.N.A.A.M. , ha elevato da Euro 400.000 ad Euro 1.196.945 la stima del danno patrimoniale patito dalla vittima, e consistente nelle spese che questa dovrà sostenere per l’assistenza infermieristica domiciliare. Deduce tuttavia la ricorrente che tale statuizione dellaCorte d’appello è viziata sotto più profili, in quanto: (a) è del tutto priva di motivazione; (b) ha liquidato non solo il danno futuro, ma anche quello in tesi patito dalla vittima tra il sinistro e il momento della liquidazione, sebbene nessuna prova fosse stata fornita dei relativi esborsi; (c) ha liquidato il danno senza tenere conto dell’incidenza che avrebbe avuto, sui costi di assistenza, l’intervento del Servizio Sanitario Nazionale; (d) ha liquidato il danno moltiplicando il costo dell’assistenza annuale per il numero di anni di vita futura: criterio errato, giacché la monetizzazione attuale d’un danno futuro andava compiuta col criterio della capitalizzazione, e non con una “bruta” moltiplicazione. Tutte le censure appena riassunte sono manifestamente fondate. 2.2.1. Fondata è, in primo luogo, la censura di difetto assoluto di motivazione. Prima di esaminare tale censura nel merito, tuttavia, deve rilevarsi come la società ricorrente l’abbia proposta invocando formalmente il vizio di cui all’art. 360, n. 5, c.p.c. (così il ricorso, p. 42). Al presente giudizio, tuttavia, si applica l’art. 360, n. 5, c.p.c. nel testo modificato dall’art. 54 d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito nella legge 7 agosto 2012, n. 134, il quale non prevede più il “vizio di motivazione” in quantotale, ma solo l’omesso esame d’un fatto decisivo e controverso. Il motivo di ricorso in esame resta tuttavia ammissibile, per due ragioni: (a) la prima è che la mancanza totale di motivazione resta un vizio censurabile in sede di legittimità, giacché essa si risolve in una violazione dell’art. 132, comma 2, n. 4, c.p.c. (come stabilito dalle Sezioni Unite di questa Corte, nell’interpretare il nuovo testo dell’art. 360, n. 5, c.p.c.: cfr. Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830); (b) la seconda è che l’errore commesso dal ricorrente nell’inquadrare il vizio da lui denunciato in una delle cinque ipotesi previste dall’art. 360 c.p.c. (c.d. “vizio di sussunzione”) non rende inammissibile il ricorso, quando l’illustrazione del motivo contenga comunque una “chiara ed inequivoca” spiegazione del vizio censurato (così, ancora, le Sezioni Unite: cfr. Sez. U, Sentenza n. 17931 del 24/07/2013, Rv. 627268). Nel nostro caso, la società ricorrente per un verso ha denunciato la totale mancanza della motivazione sul punto qui in esame; per altro verso ha chiaramente illustrato questa sua doglianza: sicché, pur essendo erronea l’invocazione del vizio di cui all’art. 360 n. 5 c.p.c. (corretta sarebbe stata, invece, l’invocazione del vizio di cui all’art. 360, n. 3, c.p.c.), tale errore resta privo diconseguenze. 2.2.2. Ciò stabilito in limine, nel merito deve rilevarsi come la Corte d’appello abbia adottato in effetti una motivazione solo apparente, ed inferiore a quel “minimo costituzionale” richiesto dalle Sezioni Unite di questa Corte, con la ricordata sentenza n. 8053/14. La Corte d’appello, infatti, sul punto della liquidazione del danno patrimoniale da assistenza domiciliare ha così motivato: “(la liquidazione del Tribunale) non appare a questa Corte satisfattiva in relazione alle spese che il sig. L.N. dovrà in futuro sostenere per l’assistenza domiciliare, secondo il calcolo che segue (…): – si quantifica l’assistenza infermieristica in euro 14,5 al giorno per 4 ore al giorno per 365 giorni l’anno; – si quantifica l’assistenza generica in euro 8,50 per 10 ore al giorno per 365 giorni l’anno“, oltre gli oneri accessori (contributi previdenziali da pagare al collaboratore, sostituzione nel periodo feriale, accantonamento del trattamento di fine rapporto). La motivazione finisce qui. Non basta, tuttavia, esporre una moltiplicazione perché un provvedimento giurisdizionale possa dirsi motivato. Quel che resta totalmente apodittico, nel provvedimento oggi all’esame di questa Corte, è il presupposto stesso della stima del danno: ovvero donde la Corte d’appello abbiatratto il dato relativo al numero di ore di assistenza di cui il danneggiato ha necessità; donde abbia tratto il dato relativo alla retribuzione dovuta all’assistente; donde abbia tratto il dato relativo agli oneri previdenziali accessori che l’assunzione di un collaboratore domestico comporterebbe. La decisione impugnata appare dunque irrispettosa del principio, già affermato da questa Corte, secondo cui la liquidazione dei danni futuri consistenti nelle spese che la vittima di un incidente stradale dovrà sostenere per la collaborazione di terzi nelle faccende domestiche e personali, anche quando avvenga in via equitativa, obbliga il giudice “ad indicare, sia pure sommariamente, i criteri adoperati, in modo da evitare che la decisione sia arbitraria e sottratta ad ogni controllo” (Sez. 3, Sentenza n. 752 del 23/01/2002, Rv. 551783). 2.2.3. Fondata è, altresì, la seconda censura, con la quale la società ricorrente lamenta la erronea liquidazione del danno emergente per spese di assistenza, anche per il periodo di tempo compreso tra il sinistro e la data della liquidazione: periodo nel quale la vittima non aveva documentato spesa veruna. Il motivo è manifestamente fondato. Infatti il pregiudizio patrimoniale consistente nella necessità di dovere retribuire una persona che garantisca l’assistenza personale ad un soggetto invalidoè un danno permanente, che si produce de die in diem. Se l’esigenza di retribuire un terzo per l’assistenza domestica è sorta prima del momento della liquidazione, al momento in cui quest’ultima avviene il giudice dovrà monetizzare sia un danno già verificatosi (quello maturato tra il sinistro e la liquidazione); sia un danno che si verificherà nel futuro (quello che verosimilmente maturerà a partire dal momento della liquidazione in poi). La liquidazione del danno patrimoniale permanente futuro può avvenire, ai sensi dell’art. 2056 c.c., sulla base dell’id quod plerumque accidit, di fatti notori e di massime di esperienza: tra le quali, nel nostro caso, quella secondo cui chi non è in condizioni di provvedere alle proprie esigenze personali normalmente ricorre all’ausilio di un infermiere o di un assistente. La liquidazione del danno patrimoniale permanente passato può avvenire anch’essa in via equitativa, ex artt. 1226-2056 c.c., ove ne ricorrano i presupposti (ovvero l’impossibilità della stima del danno nel suo esatto ammontare). Tuttavia, trattandosi di un pregiudizio che si assume già avvenuto, il giudice non può prescindere dall’accertarne la concreta sussistenza, senza potere ricorrere a “ragionevoli previsioni”, consentite per quanto detto solo con riferimento al danno futuro (Sez. 3, Sentenza n. 24205 del13/11/2014, Rv. 633431). Pertanto, quando si tratti liquidare un danno passato permanente che si assuma essere consistito nella necessità di una spesa periodica per assistenza, delle due l’una: o il danneggiato dimostra di averla sostenuta (anche attraverso presunzioni semplici, ex art. 2727 c.c.), oppure nessuna liquidazione può essere consentita. Il danno per spese di assistenza, infatti, quando si assuma essere già maturato al momento della liquidazione, è rappresentato dalla spesa sostenuta, non dalla necessità di sostenerla. Dunque il danneggiato che, pur avendone bisogno, rinunci ad una assistenza domiciliare e non sostenga la relativa spesa, non può pretendere alcun risarcimento del danno patrimoniale emergente passato, per la semplice ragione che il suo patrimonio non si è ridotto (così già Sez. 3, Sentenza n. 5504 del 08/04/2003, Rv. 561970, ove si legge che “l’assistenza (domiciliare) è un rimedio per sopperire alle conseguenze del danno alla salute (…), e l’entità del danno è pari alla misura della spesa sostenuta per l’assistenza; ne consegue che se tale spesa non viene sostenuta la voce di danno non sussiste”). Va da sé che la rinuncia ad una assistenza domiciliare, specie se forzosa perché – ad esempio – indotta dalle precarie condizioni economiche della vittima, può causare disagi, ma questidovranno essere valutati sotto il profilo del danno non patrimoniale: profilo che nel presente giudizio non risulta essere mai stato prospettato. Da quanto esposto consegue che la Corte d’appello, liquidando il danno patrimoniale per spese di assistenza, maturato nel periodo anteriore alla sentenza, a prescindere da qualsiasi allegazione, da qualsiasi dimostrazione e da qualsiasi motivazione, ha effettivamente violato gli artt. 1223 e 1226 c.c., finendo per accordare alla vittima un credito mai dimostrato in giudizio, e dunque sovrastimando il risarcimento. 2.2.4. Fondata, in terzo luogo, è la censura con la quale la società ricorrente lamenta che la Corte d’appello, nel liquidare il danno patrimoniale permanente patito dalla vittima e consistente nelle spese per l’assistenza domiciliare, non abbia tenuto conto dell’incidenza delle provvidenze accordate alla vittima dal sistema sanitario nazionale e regionale. Anche questo motivo è fondato. Nel giudizio di merito fu lo stesso danneggiato a dedurre di percepire l’indennità di accompagnamento di cui all’art. 5, comma 1, L. 12.6.1984 n. 222 (circostanza ribadita nel controricorso, p. 25). L’indennità in questione spetta ai pensionati per inabilità “che si trovano nella impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore o, non essendo in grado dicompiere gli atti quotidiani della vita, abbisognano di un’assistenza continua” (art. 5 cit.). Si tratta, dunque, d’un emolumento volto a ristorare un pregiudizio patrimoniale: giustappunto, quello consistente nella necessità di dovere retribuire un collaboratore od assistente per fronteggiare le necessità della vita quotidiana. La percezione di tale emolumento incide dunque sulla misura del danno risarcibile, per il semplice fatto che lo elimina in parte. Nulla rileva che l’indennizzo scaturisca da una norma previdenziale: secondo il più recente orientamento di questa Corte, infatti, cui per brevità si può in questa sede rinviare, qualsiasi emolumento previdenziale o indennitario può incidere sulla liquidazione del danno aquiliano, se la sua erogazione è intesa a sollevare la vittima dallo stato di bisogno derivante dall’illecito (Sez. 3, Sentenza n. 13537 del 13/06/2014, Rv. 631440). Considerazioni analoghe valgono per l’assistenza domiciliare prestata dal servizio sanitario nazionale e regionale. In Lombardia, luogo di residenza della vittima, l’assistenza domiciliare costituisce oggetto di un complesso sistema normativo, bastato in primo luogo sull’art. 26, comma 5, lettere (c), (d) ed (e), della L. reg. Lombardia 30.12.2009 n. 33 (recante “Testo unico delle leggi regionali in materia di sanità“), il qualeindividua nell’assistenza domiciliare uno degli obiettivi primari del servizio sanitario regionale. Tale norma ha ricevuto attuazione dapprima con la delibera della giunta regionale (d.G.R.) 9 maggio 2003 n. 12902 (in B.U. Lombardia 20.5.2003, n. 21, I suppl. straord.), la quale ha introdotto il sistema dei cc.dd. “voucher socio-sanitari“, ovvero titoli di legittimazione utilizzabili dalle famiglie per l’acquisto di prestazioni di assistenza domiciliare socio-sanitaria da enti erogatori accreditati, pagabili senza limiti né di età, né di reddito. In seguito la d.G.R. Lombardia 18.5.2011, n. IX/1746 (recante “Determinazione in ordine alla qualificazione della rete dell’assistenza domiciliare in attuazione del PSSR 2010-2014“, in B.U. Lombardia 6.6.2011, n. 23) ha riformato ed incrementato il sistema dei “voucher” previsto dalla precedente delibera d.G.R. del 2003. Al momento della decisione d’appello, infine (13.11.2013), era stata approvata la d.G.R. Lombardia 27.9.2013 n. X/740, concernente l’approvazione del Programma Operativo Regionale in materia di gravi e gravissime disabilità, la quale accordò un buono mensile di euro 1.000 alle persone con gravi disabilità, “erogato senza limite di reddito e finalizzato a compensare le prestazioni di assistenza assicurate dal caregiver familiare(autosoddisfacimento) e/o per acquistare le prestazioni da assistente personale” così la suddetta Delibera, Allegato “B”, punto (B1). Le norme appena ricordate, in virtù del principio jura novit curia, non potevano né dovevano essere ignorate dalla Corte d’appello. L’averlo fatto, per contro, ha condotto ad una sovrastima del danno patrimoniale per l’assistenza domiciliare, e di conseguenza alla violazione dell’art. 1223 c.c.. 2.2.5. Fondata, altresì, è la censura concernente il criterio di liquidazione del danno patrimoniale futuro per spese di assistenza. La Corte d’appello, infatti, dopo avere determinato il costo annuo dell’assistenza domiciliare di cui la vittima avrebbe avuto bisogno, l’ha moltiplicato per un numero di anni pari alla differenza tra la durata media della vita (78 anni) e l’età della vittima al momento del sinistro (40 anni). Si tratta di un calcolo irrispettoso di alcune regole basilari della matematica finanziaria e, di conseguenza, degli artt. 1223 e 2056 c.c.. Quando la liquidazione d’un danno permanente avvenga a distanza di tempo dal momento in cui è insorto, la corretta stima di esso deve avvenire: (a) sommando e rivalutando, avuto riguardo al momento della liquidazione, le spese già sostenute; (b) capitalizzando, al momento delle liquidazione, le spese che sidovranno ragionevolmente sostenere in futuro. Dunque il primo errore commesso dalla Corte d’appello è consistito nel liquidare il danno, sette anni dopo il sinistro, come se esso fosse avvenuto illico et immediate: ovvero senza distinguere le poste già maturate (danno passato) da quelle ancora da maturare (danno futuro). Il secondo e più grave errore commesso dalla Corte d’appello è consistito nel non considerare che il danno futuro è un danno non ancora prodottosi al momento della liquidazione. Sicché, condannandosi il debitore a pagare oggi una somma che la vittima perderà fra n anni, si arrecherebbe un pregiudizio al primo ed un vantaggio al secondo, in virtù della regola plus dat qui cito dat. Per compensare il decalage temporale tra il momento di scadenza dell’obbligazione risarcitoria (oggi) e il momento di avveramento del danno, quando non si opti per la liquidazione in forma di rendita (art. 2057 c.c.), sono possibili teoricamente due sistemi. Il primo consiste nel sommare tutti i danni che la vittima patirà tra il momento della liquidazione e il momento futuro in cui il pregiudizio sarebbe comunque cessato (nel nostro caso, la morte naturale per vecchiaia), e moltiplicare il risultato per un saggio di sconto, al fine di tenere conto dell’anticipato pagamento, che farebbe arricchire la vittima del c.d. “montante dianticipazione”. Il secondo criterio consiste nel moltiplicare il danno annuo patito dalla vittima (debitamente rivalutato all’epoca della liquidazione) per un “numero” che tenga già conto del montante di anticipazione. Questo “numero” è detto coefficiente di capitalizzazione, semplifica l’operazione di liquidazione consentendo un solo passaggio anziché due. La Corte d’appello tuttavia non ha adottato né l’uno, né l’altro sistema, pervenendo così ad una sovrastima del danno anche sotto questo profilo, e dunque violando gli artt. 1223 e 2056 c.c.. 2.3. (S) Seconda censura del 2 motivo di ricorso Zurich (spese per l’acquisto di macchinari e compensatio lucri cum damno). La seconda censura del secondo motivo di ricorso della Zurich (pp. 46-50) contiene due diversi profili. Col primo profilo la società ricorrente lamenta che la Corte d’appello abbia liquidato in euro 180.000 (al netto del concorso di colpa della vittima) il danno patrimoniale per acquisto di una vettura idonea, per la ristrutturazione dell’abitazione e per l’acquisto di macchinari fisioterapici e di ausilio dell’invalidità, senza che la vittima avesse fornito alcuna prova, senza motivare, e senza attualizzare gli importi liquidati per spese che sarebbero state affrontato nel futuro, come quelle per la sostituzione deimacchinari appena descritti. Col secondo profilo la società ricorrente lamenta che la Corte d’appello ha liquidato il danno senza tenere conto dell’indennizzo percepito dalla vittima in virtù di una polizza privata contro gli infortuni. La prima di tali censure è fondata, la seconda inammissibile. 2.3.1. Per quanto concerne la prima censura, deve rilevarsi che L.N.A.A.M. , nell’atto d’appello, si era doluto della sottostima della liquidazione del danno consistente nelle spese da sostenere per: – l’acquisto di una autovettura adatta a sollevare e trasportare una sedia a rotelle; – la ristrutturazione del proprio appartamento, per renderlo idoneo alle esigenze di un portatore di grave invalidità; – l’acquisto di una “barella-doccia” e di un sollevatore; – le cure fisioterapiche. Il danneggiato aveva altresì stimato tali danni nella misura di Euro 169.000 circa, oltre 30.000 Euro l’anno per la fisioterapia. Su tale motivo di appello la Corte meneghina ha così provveduto: “la Corte d’appello ritiene meritevole di parziale accoglimento (…) il gravame (…). In parziale riforma della sentenza di primo grado sul punto, si stima equo quantificare in euro 180.000 (360.000 diviso 2, in ragione della corresponsabilità del danneggiato) il dannopatrimoniale per spese per acquisto di autovettura idonea, altri attrezzi necessari in condizioni di paraplegia, modifiche architettoniche e cure fisioterapiche, considerata la necessità di sostituzione o adeguamento nel corso del tempo di tali presidi e ausili tecnici“. Quella appena trascritta non è che un simulacro di motivazione. In essa infatti non è spiegato di quale vettura si discorra, quali siano gli “attrezzi necessari” cui la Corte d’appello ha fatto riferimento, quale ne sia il costo di mercato, ogni quanto tempo dovrebbero essere sostituiti, se e come si è tenuto conto dell’anticipazione del costo della sostituzione. Ma soprattutto resta imperscrutabile attraverso quali conteggi la Corte d’appello sia pervenuta a determinare l’importo in esame nella somma di euro 360.000. Un esempio quasi di scuola, dunque, di nullità della sentenza per totale assenza di motivazione. 2.3.2. La seconda censura è, invece, inammissibile. L’eccezione di compensatio lucri cum damno, fondata sulla circostanza che la vittima aveva già percepito un indennizzo dal proprio assicuratore privato contro gli infortuni (eccezione che sarebbe stata fondata, secondo la più recente giurisprudenza di questa Corte: cfr. Sez. 3, Sentenza n. 13233 del 11/06/2014, Rv. 631753), non venne esaminata dal Tribunale, che liquidò il danno senza tenerneconto. Che questa omissione dovesse interpretarsi come rigetto implicito ovvero come omessa pronuncia, in ogni caso la Zurich avrebbe dovuto impugnarla con appello incidentale, una volta che la vittima aveva censurato col proprio appello principale la stima del danno compiuta dal Tribunale. La Zurich, invece, non ha proposto sul punto appello incidentale, né ha indicato – ai fini dell’autosufficienza del proprio ricorso – se, quando ed in che termini l’abbia fatto. Il generico riferimento “a p. 36 dell’appello”, contenuto nell’illustrazione della censura qui in esame, è a tal riguardo del tutto generico, e comunque a p. 36 dell’atto d’appello non è affatto contenuto alcun appello incidentale, né per i termini ivi adottati, né per il senso generale desumibile da quell’atto. 2.4. (C) Terza censura del 2 motivo di ricorso Zurich (danno da mora). Con la terza censura contenuta nel secondo motivo del proprio ricorso (pp. 50-54) la Zurich lamenta sia il vizio di omessa motivazione, sia quello di violazione di legge. Deduce che la Corte d’appello avrebbe errato nel calcolare gli effetti della mora, perché ha posto a carico del debitore il pagamento degli interessi di mora anche sulle somme liquidate a titolo di risarcimento di danni futuri. 2.4.1. La censura è manifestamente infondata. Per quantogià detto, del fatto che un danno sarà patito dalla vittima dell’illecito in un momento futuro rispetto a quello della liquidazione si deve tenere conto attraverso lo sconto matematico (pari, come noto, al rapporto tra il prodotto del capitale per il saggio di anticipazione, ed il tempo di anticipazione). Una volta correttamente liquidato il danno futuro, tuttavia, il relativo importo è dovuto al creditore ex art. 1219 c.c. dal giorno dell’illecito, e da quel giorno sono dovuti perciò gli interessi di mora. Futuro, infatti, è il danno, non l’obbligazione di risarcirlo, che è immediatamente esigibile: dunque della circostanza che un danno non si sia ancora verificato al momento della liquidazione si deve tenere conto nella aestimatio del capitale, non nel calcolo degli interessi di mora. 2.5. (D) Quarta censura del 2 motivo di ricorso Zurich (surroga dell’assicuratore sociale).  Con una quarta censura, anch’essa illustrata nel contesto del secondo motivo di ricorso (pp. 54-66) la Zurich lamenta che la Corte d’appello avrebbe erroneamente detratto dal credito risarcitorio spettante alla vittima solo una minima parte di quanto da essa ricevuto dall’Inail, e senza spiegare il criterio. Deduce, al riguardo, sia il vizio di violazione di legge, sia quello di motivazione. 2.5.1. La censura è fondata. Si legge a p. 19 dellasentenza impugnata che l’Inail corrispose alla vittima la somma di euro 919.287,94; che il Tribunale aveva detratto tale importo dal danno risarcibile, e che L.N.A. aveva impugnato tale statuizione, deducendo che si sarebbe dovuta “limitare la predetta detrazione soltanto ad alcune voci delle erogazioni Inail“. Ciò premesso, la Corte d’appello ha accolto il gravame del danneggiato, osservando che “tale rilievo è corretto”, ed ha detratto dal credito risarcitorio vantato dalla vittima la minor somma di Euro 244.943,49, spiegando che solo tale somma era stata versata dall’Inail a titolo di “indennizzo in capitale danno biologico“, e dunque solo per tale importo vi era “duplicazione di titolo”. Così statuendo, la Corte d’appello è effettivamente incorsa nei due vizi denunciati dalla ricorrente. Ricorre, in primo luogo, il vizio di violazione di legge, posto che nel sistema attuale l’Inail, nel caso di danno alla salute consistito in invalidità superiori al 16%, indennizza sia il danno biologico, sia il danno da incapacità di lavoro. Quando dunque l’Inail eroga una rendita all’assistito, una quota di tale rendita è destinata al ristoro del danno alla salute; e la parte restante è destinata all’indennizzo del danno patrimoniale. Ciò è stabilito dall’art. 13, comma 2, lettera (b),d.lgs. 38/2000, secondo cui “le menomazioni di grado pari o superiore al 16 per cento danno diritto all’erogazione di un’ulteriore quota di rendita (…) commisurata (…) alla retribuzione dell’assicurato (…) per l’indennizzo delle conseguenze patrimoniali“. L’ulteriore quota di rendita è calcolata moltiplicando la retribuzione del danneggiato per un coefficiente stabilito dall’Allegato 6 al d.m. 12.7.2000. La Corte d’appello, pertanto, avrebbe dovuto innanzitutto distinguere il valore capitale della parte di rendita destinata al ristoro del danno biologico, da quello destinato al ristoro del danno patrimoniale, e quindi sottrarre i due valori, rispettivamente, dal credito risarcitorio per danno biologico e dal credito risarcitorio per danno patrimoniale da incapacità lavorativa. Ricorre, tuttavia, anche il vizio di assenza totale di motivazione, posto che neanche il lettore più immaginifico sarebbe in grado di ricostruire attraverso quali alchimie matematiche la Corte d’appello sia pervenuta a stabilire la somma di euro 244.943,49; da quale atto del processo l’abbia tratta, ovvero da quale presunzione semplice l’abbia desunta. 2.6. (E) Quinta censura del 2 motivo di ricorso Zurich (limite del massimale). Con la quinta censura del secondo motivo di ricorso, la Zurich lamenta che la Corte d’appello abbiaomesso di pronunciarsi sull’eccezione di incapienza del massimale, pur avendo condannato la Zurich a pagare cifre complessivamente eccedenti il massimale. Il motivo resta assorbito dall’accoglimento delle censure precedentemente esaminate: è infatti ovvio che nulla è possibile stabilire sulla capienza del massimale, senza previamente accertare la misura dell’obbligazione gravante sull’assicuratore. 3. Il primo motivo del ricorso incidentale Clear Channel. 3.1. Il primo motivo del ricorso incidentale proposto dalla Clear Channel svolge la medesima censura proposta dalla Zurich col primo motivo del suo ricorso: vale dunque quanto già esposto supra, al 1.2. 3. Il secondo motivo del ricorso incidentale Clear Channel. 3.1. Il motivo, formalmente unitario, contiene sette diverse censure. Le prime quattro (pp. 34-63) sono del tutto sovrapponibili a quelle proposte dalla Zurich, con le prime quattro censure del 2 motivo del suo ricorso. Esse restano perciò assorbite dall’accoglimento del ricorso proposto dalla Zurich, nei medesimi limiti e per le medesime ragioni sopra indicati. 3.2. Con la quinta censura del 2 motivo del proprio ricorso incidentale la Clear Channel lamenta il mancato esame della condanna della Zurich, per male gestio propria, oltre il massimale. La censura resta assorbitadall’accoglimento del 2 motivo del ricorso proposto dalla Zurich. Spetterà, infatti, al giudice del rinvio rideterminare il quantum debeatur secondo i principi stabiliti nella presente sentenza, e solo all’esito potrà stabilirsi se, riscontrata l’incapienza del massimale, sussista altresì una responsabilità della Zurich per mala gestio. 3.3. La sesta e la settima censura contenute del 2 motivo del ricorso incidentale proposto dalla Clear Channel possono essere esaminate congiuntamente. Con esse la ricorrente incidentale lamenta che, in virtù del contratto di assicurazione stipulato con la Zurich, aveva diritto ad ottenere da quest’ultima la rifusione delle spese di resistenza (ovvero quelle sostenute per contrastare la pretesa del danneggiato), ai sensi dell’art. 1917, comma 3, c.c.. Tali spese erano state pari a circa 52.000 Euro per il 1 grado, cui andavano aggiunte quelle di 2 grado (che la ricorrente non quantifica). La Corte d’appello, invece, aveva liquidato soltanto in 8.500 euro circa le spese di 1 grado, mentre quelle di secondo grado sono state liquidate in misura “inferiore a quelle sostenute”. 3.4. Il motivo è manifestamente fondato. Nel contratto di assicurazione della responsabilità civile l’obbligo dell’assicuratore di tenere indenne l’assicurato delle somme spese per contrastare la pretesarisarcitoria del terzo danneggiato è un naturale negotii (art. 1917, comma 3, c.c.). Tale previsione, entro i limiti stabiliti dalla legge (ovvero il quarto del massimale), addossa all’assicuratore l’obbligo di rifondere all’assicurato le somme da questi pagate al proprio avvocato. Il relativo credito dell’assicurato va perciò accertato con i consueti criteri, così come si i1L accerterebbe qualunque pregiudizio per il quale l’assicurato chieda al proprio assicuratore contro i danni di essere indennizzato: e dunque valutando in primo luogo se vi sia la prova del pagamento, in secondo luogo se esso sia avvenuto avventatamente, in violazione dell’obbligo di salvataggio comunque gravante sull’assicurato. La Corte d’appello, pertanto, avrebbe dovuto esaminare e valutare le notulae depositate dalla Clear Channel, eventualmente riducendole ex art. 1227, comma 1 o 2, c.c., ma non poteva – nei rapporti tra assicurata ed assicuratore – prescindere da esse. 4. Quadro di sintesi. In considerazione di quanto esposto sin qui, la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla Corte d’appello di Milano, la quale oltre a sanare le carenze motivazionali in cui è incorsa la sentenza impugnata, si atterrà altresì ai seguenti principi di diritto: (a) la liquidazione del danno patrimoniale consistente nelle spesesostenute per l’assistenza domiciliare a vantaggio di persona invalida presuppone l’accertamento che la relativa spesa sia stata effettivamente sostenuta; nulla, dunque, può essere liquidato per tale titolo a chi non dimostri di avere sostenuto alcuna spesa al riguardo. (b) Nella liquidazione del danno patrimoniale consistente nelle spese che la vittima di lesioni personali deve sostenere per l’assistenza domiciliare, il giudice deve detrarre dal credito risarcitorio sia i benefici spettanti alla vittima a titolo di indennità di accompagnamento (art. 5 l. 12.6.1984 n. 222), sia i benefici ad essa spettanti in virtù della legislazione regionale in tema di assistenza domiciliare, legislazione che in virtù del principio jura novit curia il giudice deve applicare d’ufficio, se i presupposti di tale applicabilità risultino comunque dagli atti. (c) Il danno permanente futuro, consistente nella necessità di dovere sostenere una spesa periodica vita natural durante, non può essere liquidato semplicemente moltiplicando la spesa annua per il numero di anni di vita stimata della vittima, ma va liquidato o in forma di rendita; oppure moltiplicando il danno annuo per il numero di anni per cui verrà sopportato, e quindi abbattendo il risultato in base ad coefficiente di anticipazione; od infine attraverso il metodo della capitalizzazione, consistente nelmoltiplicare il danno annuo per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie. 5. Le spese. Le spese del presente grado di giudizio saranno liquidate dal giudice del rinvio. P.Q.M. la Corte di cassazione, visto l’art. 380 c.p.c.: (-) accoglie il 2 motivo del ricorso proposto dalla Zurich, limitatamente ai punti contraddistinti dalle lettere A, B, D, nei limiti indicati in motivazione; (-) accoglie il 2 motivo del ricorso proposto dalla Clear Channel, limitatamente ai punti contraddistinti dalle lettere F e G, nei limiti indicati in motivazione; (-) rigetta – ovvero dichiara assorbiti, secondo quanto esposto in motivazione – i restanti motivi di ricorso; (-) cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione; (-) rimette al giudice di rinvio la liquidazione delle spese del presente grado di giudizio.

articolo tratto da http://www.laleggepertutti.it

Tamponamento a catena: chi paga?

In tema di circolazione stradale, nell’ ipotesi di tamponamento a catena tra veicoli in movimento trova applicazione l’art. 2054, secondo comma, cod. civ., con conseguente presunzione iuris tantum di colpa in eguale misura di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli (tamponante e tamponato), fondata sull’ inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante, qualora non sia fornita la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Nel caso, invece, di scontri successivi fra veicoli facenti parte di una colonna in sosta, unico responsabile degli effetti delle collisioni è il conducente che le abbia determinate, tamponando da tergo l’ultimo dei veicoli della colonna stessa.

Lo ha ribadito la Suprema Corte di Cassazione con sentenza n.8487 del 27 aprile 2015

Tamponamento a catena: chi paga?

Il caso

Un soggetto proponeva azione di risarcimento danni nei confronti di altro soggetto e della compagnia di assicurazioni che lo garantiva, in relazione ad un sinistro stradale (tamponamento a catena) in cui era stato coinvolto.

Il giudice di primo grado accoglieva la domanda.

La compagnia di assicurazioni interponeva appello ed il giudice di secondo grado, riconoscendo il concorso di colpa, condannava l’attore a restituire la somma percepita in forza della sentenza di primo grado.

Questi però non ci stava e proponeva ricorso per cassazione.

L’oggetto del contendere è sostanzialmente circoscritto al risarcimento dei danni riportati dalla parte anteriore dell’autovettura Fiat 600 dell’attore in conseguenza della contestazione, da parte della compagnia di assicurazione, di dovere altra somma oltre quella già corrisposta ante causam, in ragione di una diversa ricostruzione della posso20rispbigdinamica del sinistro. Per l’attore, infatti, è stata la forza del tamponamento da parte dell’autovettura che lo seguiva a sospingere la propria Fiat 600, ferma in coda, contro il veicolo che la precedeva; mentre, secondo la versione dell’assicurato Allianz, il tamponamento tra le ultime due auto della colonna è successivo a quello tra l’auto di quest’ultima e il veicolo che la precedeva, con la conseguenza che sarebbero risarcibili solo i danni alla parte posteriore della Fiat 600.

Il principio di diritto ribadito dalla Suprema Corte.

La Corte di cassazione accoglie i primi tre motivi di ricorso, ribadendo il principio, assolutamente pacifico nella giurisprudenza della Corte di legittimità, secondo cui “in tema di circolazione stradale, nell’ipotesi di tamponamento a catena tra veicoli in movimento trova applicazione l’art. 2054, secondo comma, cod. civ., con conseguente presunzione iuris tantum di colpa in eguale misura di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli (tamponante e tamponato), fondata sull’inosservanza della distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante, qualora non sia fornita la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Nel caso, invece, di scontri successivi fra veicoli facenti parte di una colonna in sosta, unico responsabile degli effetti delle collisioni è il conducente che le abbia determinate, tamponando da tergo l’ultimo dei veicoli della colonna stessa (ex plurimis e tra le più recenti, si richiama: Cass. 19 febbraio 2013, n. 4021)“.

Una breve riflessione

Il principio ribadito dalla Suprema Corte con la sentenza evidenziata riveste notevole importanza ove si consideri che il tamponamento a catena è ipotesi davvero frequente nella circolazione stradale dei veicoli. Il principio elaborato dalla Corte di legittimità, a fronte di una fattispecie (tamponamento a catena) distingue due diverse ipotesi di responsabilità a seconda che le automobili siano in movimento ovvero siano ferme incolonnate.

Tamponamento a catena ed auto in movimento

In tale ipotesi, per gli Ermellini, la responsabilità va ripartita in pari misura in capo ad entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli (tamponante e tamponato). Ciò perché si presume che in una siffatta ipotesi il soggetto tamponato abbia a sua volta tamponato l’auto che lo precedeva per non aver tenuto la distanza minima di sicurezza. Ovviamente, la presunzione ex art. 2054 comma 2° di pari (cor)responsabilità può essere vinta dalla prova del contrario.

Tamponamento a catena ed auto ferme

Diversa è invece la conclusione alla quale i giudici pervengono nel caso di tamponamento a catena che abbia interessato autovetture ferme.

In tal caso, non sussiste alcun dubbio: la responsabilità è da addebitarsi, per intero, al conducente dell’auto che abbia investito l’ultima auto della colonna.

Il principio elaborato appare corretto e da un punto di vista logico e da un punto di vista giuridico.

Tuttavia, non può non rilevarsi come, nella applicazione pratica e nella casistica possa non rivelarsi agevole accertare se i mezzi fossero in movimento ovvero fermi incolonnati.

Tra l’altro, nel caso in cui il veicolo investito fosse in movimento ma in frenata ed abbia, a causa del tamponamento ricevuto, investito a sua volta l’autovettura che lo precedeva, risulterebbe iniquo addossare al suo conducente un concorso di colpa quand’anche egli abbia mantenuto, prima dell’arresto, la distanza di sicurezza con il veicolo che lo precedeva.

Vero è, si potrebbe replicare, che si tratta solo di una presunzione juris tantum di corresponsabilità, ma è altrettanto vero, come sopra detto, che nella pratica non è agevole dimostrare il contrario.

avv. Filippo Pagano (f.pagano@clouvell.com)

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Quando il Valore del danno Supera il Valore Del Veicolo Incidentato…

Il risarcimento del danno al veicolo in caso di sinistro stradale non può essere superiore al valore economico dello stesso al momento dell’incidente. È quanto di recente affermato dallaSuprema Corte di Cassazione, con ordinanza n. 9367 del 28 aprile 2014, rigettando il ricorso dell’utente danneggiato avverso la sentenza del Tribunale di Termini Imerese che, in parziale riforma della pronuncia del giudice di pace, aveva ridotto l’importo del risarcimento richiesto dalla parte ricorrente per le spese di riparazione del veicolo a seguito dell’incidente stradale che l’aveva visto coinvolto.

The_fast_and_the_furious_incidente[1]
Considerando la decisione del giudice d’appello conforme alla giurisprudenza formatasi in materia, la VI sezione della S.C. statuiva che: “la domanda di risarcimento del danno subito da un veicolo a seguito di incidente stradale, quando abbia ad oggetto la somma necessaria per effettuare la riparazione dei danni, deve considerarsi come richiesta di risarcimento in forma specifica, con conseguente potere del giudice, ai sensi dell’art. 2058, secondo comma, cod. civ., di non accoglierla e di condannare il danneggiante al risarcimento per equivalente, ossia alla corresponsione di una somma pari alla differenza di valore del bene prima e dopo la lesione, allorquando il costo delle riparazioni superi notevolmente il valore di mercato del veicolo“.
Con la suddetta pronuncia la Corte richiama espressamente un orientamento ormai largamente condiviso nella giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 21012/2010; n. 2402/2008), in ordine al delicato tema dell’anti-economicità delle riparazioni nella determinazione del quantum del danno risarcibile nel caso di sinistro stradale, secondo il “risarcimento per equivalente” corrispondente al valore di mercato (ante-sinistro) del bene danneggiato (Cass. n. 4990/2008), escludendo, pertanto, “la legittimità del ricorso alla reintegrazione in forma specifica qualora, per le circostanze del caso concreto, le spese necessarie ad essa sarebbero superiori rispetto alla somma alla quale avrebbe diritto il danneggiato ex art. 2056 c.c., in quanto in tal caso il danneggiato riceverebbe dalla reintegrazione una ingiustificata locupletazione” (Cass. n. 8052/2003).
Da questo orientamento si discosta parte della giurisprudenza, soprattutto di merito, la quale, “basandosi una fondamentale idea di giustizia e su dati di fatto“, ammette il riconoscimento in forma specifica del danno (G.d.p. Milano 22.6.2012), anche “se questa risulti più onerosa” (G.d.p. Davoli n. 596/2004), in presenza di costi di riparazione antieconomici, superiori al valore del veicolo ante-sinistro, in ragione della “logica propria del risarcimento in forma specifica, che reintegra il valore d’uso e non quello di scambio” (G.d.p. Siracusa, n. 290/2004).
In generale, tuttavia, si può affermare che, nella concreta determinazione del danno risarcibile, il risarcimento in forma specifica è l’eccezione e quello per equivalente la regola, sulla base della ratio di assicurare un bilanciamento tra il danno e il risarcimento evitando che la reintegrazione del diritto offeso “vada oltre il risarcimento della situazione anteriore e produca un vantaggio economico al danneggiato” (Cass. n. 8062/2001), traducendosi in unaindebita locupletazione (come nel caso dei vantaggi, seppur rari, che potrebbero derivare in termini di durata e prestazioni del veicolo, dalle riparazioni effettuate).
Tuttavia, partendo dal principio fondamentale secondo il quale il risarcimento del danno da responsabilità aquiliana ha la funzione di porre il patrimonio del danneggiato nello stesso stato in cui si sarebbe trovato se l’illecito non si fosse verificato (Cass. n. 3352/1989; 7389/1987), appare evidente come il criterio del risarcimento secondo il valore ante-sinistro del mezzo non possa costituire l’unico parametro di valutazione del giudice.
Se da un lato, infatti, il fine è quello di evitare che la riparazione del danno (nel caso, appunto, di riparazioni antieconomiche), vada a produrre un ingiusto vantaggio economico nel patrimonio del danneggiato, dall’altro, per una corretta determinazione del quantum, dovrà tenersi conto del pregiudizio effettivo dallo stesso subito.
Per cui, allo scopo di un’eventuale riduzione della misura del risarcimento, il giudice, oltre al valore ante-sinistro del mezzo, dovrà tenere conto anche di altri parametri (quali, la vetustà del veicolo, il deprezzamento subito a seguito dell’incidente, la natura e l’entità delle riparazioni effettuate, la maggiore funzionalità che le stesse potrebbero garantire al mezzo, ecc.), mentre, al fine di reintegrare il patrimonio ex ante del danneggiato, il danno dovrà essere “maggiorato della spesa di demolizione del relitto e di quella di immatricolazione del nuovo veicolo” (App. Roma, n. 809/2005) o del passaggio di proprietà ovvero delle spese per ilnoleggio di una vettura sostitutiva, per il soccorso, il traino e la custodia del mezzo incidentato, come anche delle voci relative al c.d. “fermo tecnico” (G.d.p. Milano, n. 4314/2011),al bollo e all’assicurazione non goduticonsiderato il mancato utilizzo della vettura per la quale erano state anche pagate le relative tasse di circolazione e corrisposta l’assicurazione obbligatoria” (G.d.p. Milano, n. 100577/2012); nonché dell’Iva che “deve essere riconosciuta come parte integrante del risarcimento del danno da circolazione stradale solo, però, nel caso di effettivo avvenuto esborso, documentato attraverso l’esibizione di fattura in originale” (G.d.p. Milano 22.6.2012).

Fonte: Cassazione: il risarcimento del danno non può essere superiore al valore ante-sinistro del veicolo